A Oleggio chiude la bottega del barbiere: una storia durata 90 anni

Un punto fermo dopo 90 anni. Si chiude un capitolo di storia oleggese: il barbiere Pozzato va ufficialmente in pensione.

Quel barbiere nato in paese negli anni ’30 e tramandato alle varie generazioni. A scegliere di smettere è Luigi Pozzato, terza generazione della famiglia. «Avrei chiuso a giugno, di fatto è due anni e mezzo che sono in pensione e ora mi dedico ufficialmente al “mestiere” di nonno – dice sorridendo – il virus mi ha aiutato soltanto ad accorciare i tempi, perché viste le restrizioni e le nuove regole per la sicurezza non avrebbe avuto granché senso riprendere a lavorare a fine maggio per un mese soltanto».

 

 

Quella dei Pozzato è davvero una tradizione di barbieri. Tutto è nato con il nonno del signor Luigi, arrivato a Oleggio dal veneto all’inizio degli anni ’20, poi l’apertura del negozio a metà degli anni ’30. L’avvio di una lunga storia. «Mio nonno era stato a sua volta garzone da un barbiere di Oleggio che si chiamava Dario e mio papà si chiama così proprio per questo, almeno così narra la leggenda, – dice sorridendo Luigi Pozzato – nel Dopoguerra uno zio, fratello di mio padre, è andato a Viareggio e ha avviato l’attività di barbiere, l’altro mio zio a Bellinzago e mia zia, erano quattro fratelli in tutto, aiutava nella bottega e aveva imparato anche a fare la barba e lei ha avuto un figlio che ha a sua volta avviato la stessa attività. Io sono rimasto a Oleggio». Non si può dire che l’essere barbieri non sia nel Dna della famiglia. E in 90 anni di storia il negozio si è trasferito due volte, ma sempre in via Dante, cambiato soltanto il civico.

Un lavoro che è stato passione: «Avevamo la casa che confinava con il negozio, siamo praticamente nati lì ed era naturale dare una mano, quando si tornava da scuola, oppure in estate quando i giovani facevano i garzoni. A me è piaciuto e ho continuato».

E un lavoro che consente di essere artigiani: «Sì, – e la sua voce si interrompe un attimo, commossa – è un mestiere per cui hai bisogno di tutti e di nessuno, sei da solo, ma non potresti fare senza i clienti. Ho sempre pensato al barbiere come luogo di incontro e così è stato sempre, si parla, a volte si fa lo psicologo, si ascolta, è una questione di carattere prima di tutto. E’ qualcosa di diverso dal commercio, un taglio di capelli è qualcosa di speciale».

C’è chi, come il signor Pozzato chiude l’attività proprio adesso e chi invece dovrà in qualche modo ripartire, dopo oltre due mesi di stop: «Non sarà facile, innanzitutto non sarà più una bottega di incontro. Io non ho mai preso appuntamenti per esempio, ora diventerà obbligatorio, come avrei abituato i clienti, che magari passavano di lì per una chiacchiera in attesa del loro turno? Si raffredderanno i rapporti e credo che si lavorerà meno. E’ una situazione strana. Io ho chiuso dall’8 marzo, perché erano già difficili le condizioni per garantire la sicurezza. Diciamo che sotto questo punto di vista non mi mi dispiace smettere. Farò il nonno, mi piace andare in giro con gli amici, ora non si può, ma vedremo di riorganizzarci».

Sono tanti i ricordi del signor Pozzato, suoi personali e di tutta la sua famiglia.

Ricordi che potranno essere raccontati anche un domani grazie alla ricostruzione minuziosa della bottega del barbiere presente al museo Fanchini, una bottega del sarto -barbiere, come era tradizione agli inizi del ‘900, «perché gli unici che si tagliavano i capelli erano gli uomini e gli unici che si facevano confezionare un abito erano sempre gli uomini», dice Jacopo Colombo. «Mi fa piacere che ci sia una ricostruzione, – chiude Pozzato – nella mia bottega avevo una teca con qualche oggetto e ho detto proprio a Jacopo che qualcosa ancora potrei donare al museo!».

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Elena Mittino

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