Pat Metheny: “Road to the sun”

Quanto può essere avventurosa una strada verso il sole? Se vogliamo si tratta anche di una domanda un po’ stupida, un’immagine retorica, una metafora da Festival di Sanremo (portate pazienza, ma faccio parte di una generazione che, a torto o a ragione, considerava il festival come qualcosa da non vedere, né ascoltare). Eppure “Road to the Sun” è il titolo dell’ultimo straordinario (inteso proprio come qualcosa di fuori dell’ordinario), disco di Pat Metheny, uscito il 5 marzo scorso per Modern Recordings, etichetta della BMG dedicata a jazz, classica ed elettronica.

Non credo che nell’intenzione dell’autore ci sia stato il desiderio di stupire con un titolo ad “effetti speciali”, credo invece che la strada verso il sole, non sia altro che un percorso di successive illuminazioni, una ricerca personale di luce interiore, un percorso che mi fa tornare alla mente quello di Karlheinz Stockhausen in “Donnerstag aus Licht”. La strada disegnata da Pat Metheny è composta idealmente da due tappe, la prima “Four Paths Of Light”, suite a sua volta composta da quattro movimenti denominati “percorsi verso la luce” e la seconda appunto “Road to the Sun”, composta da sei movimenti e che dà il titolo all’album.

Chiude il disco “Für Alina”, intimissimo brano per piano di un compositore estone, Arvo Pärt, trasposto e interpretato da Metheny con la sua chitarra “Pikasso” a 42 corde. Per chi scrive, avendo l’abitudine di farlo ascoltando i brani, le parole, anche quelle scritte, finiscono con disturbare l’ascolto, perché qui si tratta di musica che confina e sconfina nell’anima.

Se i quattro movimenti “Four Paths of Light”, possono in apparenza parlare attraverso la presenza fisica del suono, lavorato e raffinato, fino quasi alla consunzione, con la ancora la vaga presenza di qualche stilema methenyano ancora riconoscibile, i sei pezzi di “Road to the Sun”, assomigliano più ad uno stato metafisico del suono, tanta e tale è la maestria combinatoria dell’immenso chitarrista statunitense. Ricordo di averlo ascoltato in un concerto con Jan Garbareck, in “Hommage à Eberhard Weber”, ascolto spesso “Day Trip” o “Secret Story”, e mi sembra di avere ora tra le mani qualcosa di qualcun altro. Oggi che l’espressione “re-inventarsi” ha uno strabordante successo e che forse è diventato anche un imperativo (non categorico), la straordinaria duttilità di Metheny ha qualcosa da insegnare che va molto oltre la categoria del “necessario”.

Pat Matheny e prima di lui, altri musicisti, artisti, scrittori, hanno dimostrato che le ingessature dello “stile” possono imporre limiti molto severi alla creatività. Questo concerto cameristico per chitarra di ineguagliabile bellezza, calibrato alla perfezione, ricco di florescenze armoniche, ma anche di disarmonie controllate, di silenzi e di intervalli, è la dimostrazione che la strada verso la poesia (o verso il sole), può essere percorsa più sulle ali di un aquilone che sul possente carro di Fetonte.

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