Da bambino avevo un sogno ricorrente. Anzi meglio era un incubo, anzi pensandoci bene era un “incubo preventivo” che immaginavo e solo in un secondo momento mi capitava di sognare. Mi trovavo in una città, probabilmente la mia, completamente abbandonata dai suoi abitanti ed io ero in una casa, probabilmente la mia, senza nessuno intorno: nessuno per la strada, nessuno nelle piazze, nessuno nei negozi, nessuno da nessuna parte. Come adesso insomma , che non ci sono nemmeno più i folkloristici cantanti sui balconi. Ma la cosa strana, paradossalmente, non era nemmeno quella bensì il fatto che io sapevo che in un punto della città c’era un’altro bambino o una bambina. Naturalmente non sapevo dove e sapevo che incontrarci sarebbe stato molto difficile, difficilissimo, quasi impossibile.

Non era epoca di localizzazioni satellitari, né di telefoni cellulari. Avevo un’unica possibilità, vagare per le strade nella speranza di incontralo/la. L’incubo non aveva fine e se non era proprio la mia idea di fine del mondo, era certo l’idea della fine di “un” mondo. Il mondo dove ciò che si desidera è sempre a portata di mano. Ecco i tempi che viviamo non sono proprio quell’incubo, ma ci vanno molto vicini.

Quell’incubo che progettavo scientemente con la mia mente, diciamo “malaticcia” (più o meno come quella di adesso), era però un incubo piacevole. Amavo l’idea di essere circondato da un vuoto pneumatico (dal greco πνεύμα, cioè pneuma, respiro, guarda caso), così come amavo l’idea di dover vagare per strade deserte e, in fondo, speravo di non incontrare mai quell’altro bambino o bambina.

Ora penserete che più che di una terapia intensiva avrei bisogno di una seduta psicanalitica e non posso che darvi ragione. Però io sono abituato a farmi le sedute psicanalitiche da solo. Il vuoto è “coinemicamente”, come avrebbe detto il prof. Franco Fornari, con cui sostenni alcuni esami di psicologia, l’utero materno (dove in fondo stiamo bene), l’altro bambino/bambina è certamente il coinema “vita” che comporta il rischio dell’incontro con l’altro-da-sé e il rischio della delusione che richiama il coinema “morte”.

Insomma se il lockdown non mi rende felice, nemmeno mi fa disperare, perché tutta questa storia una morale ce l’ha ed è che l’angoscia si supera solo attraversandola. Vale per la soglia del parto-nascita, vale per la pandemia e se vi può interessare per cena, ieri sera, avevo mangiato una saporitissima peperonata. Sarà stata quella…

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