Eventi&Cultura

Nu Festival accende il Borsa con Ricciarda Belgiojoso e Walter Prati

Lo avevano promesso Corrado Beldì e Ricciarda Belgiojoso (direttrice artistica) alla presentazione di “Nu Arts and Community”, tanta musica lontana dal jazz. E la promessa è stata (in parte) mantenuta, almeno per questa quarta sera di festival. Quando vidi la prima volta la copertina di “A Rainbow in curved air” di Terry Riley, credo una cinquantina di anni fa, pensai si trattasse di un medico o di uno studioso, ma non certo di un musicista. Ieri, venerdì 2 ottobre, nella Sala Borsa di Novara complici le luci al neon, i pilastri di cemento rivestiti di pietra e la pioggia battente sulla copertura “modernista”, sembrava  di essere nella sede del Partito a Berlino Est. Ed è stato suggestivo vedere le tastiere elettroniche di Ricciarda Belgiosioso e la postazione-laboratorio di Walter Prati, lì ad aspettare il pubblico in uno spazio che mi ha fatto tornare, anche visivamente, indietro nel tempo.

La reintepretazione di “A Rainbow in Curved Air”di Riley, con strumentazioni che non esistevano nel 1968 (e nemmeno dopo), è stato un esperimento molto interessante, portato avanti con sapienza ed originalità dai due musicisti. Ricciarda Belgioioso è una pianista attratta dalla musica contemporanea e dalle possibilità e le commistioni tra musica e altre arti, Walter Prati è un grande performer e sperimentatore di suoni elettronici. Vederli alle prese con i “pattern” di Riley, seduti una accanto all’altro, con Ricciarda assolutamente ispirata mentre replica i ritmi, dilata gli intervalli, estende gli echi di una musica nata dal sogno e destinata al sogno e Walter Prati, seduto imperturbabile come il comandante di una astronave alle prese con l’infinito mondo di minimi e minimali ricami elettronici, è stato davvero una gran bella emozione. Esperimento difficile e prezioso quello di “riesumare” una partitura dimenticata troppo in fretta e che occupa un posto importante nella storia della musica elettronica e non.

Dopo l’incanto di questa immersione nelle sonorità di un’epoca passata, la seconda parte della serata, è un prorompente cocktail di rock, ambient, electro-pop servito dal giovane barman-batterista-chitarrista ed altro che risponde al nome di Filippo Sala e dalla sua travolgente, irrequieta e originale banda che si chiama “Pulsar Ensemble”, solo che a differenza della stella che emette  luce a intervalli, la band emette suoni in continuazione. E che suoni! Qui si spazia davvero lontano, tanto che è difficile definire questa musica che si sottrae a qualsiasi preconfezionata definizione. Potremmo dire che è una musica energetica, ma sarebbe troppo vago. Tante le tradizioni musicali i cui echi ritornano, ma lo fanno per pochi secondi, perché se la batteria fa un intro rock, subito dopo il vibrafono fa deragliare tutto verso il jazz, ma prima di poter aver aggiustato le papille gustative su quel genere, ecco che il cocktail comincia a sapere di musica celtica o di metallo pesante. Insomma come avrebbe detto il presidente Mao, “grande la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”. Musicisti eclettici e molto professionali nonostante la giovane età; da tenere d’occhio l’imminente uscita del loro secondo disco, “Bizarre City”.

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