«Uno di meno». È uno dei tanti commenti comparsi sotto le notizie che abbiamo pubblicato riguardo al giovane marocchino morto a Novara, in un episodio ancora avvolto dall’incertezza: coltellate o colpi di pistola, regolamenti di conti legati allo spaccio, indagini che proseguono. Tre parole che cancellano tutto: la vita spezzata, il contesto, il fatto che una morte – qualunque morte – interroga una comunità.

Tre parole che riportano alla memoria un’altra vicenda, di qualche anno fa: l’uccisione di un carabiniere accompagnata dallo stesso identico commento. Allora si aprì un doppio processo, nelle aule di giustizia e nell’arena mediatica. Le due storie non sono paragonabili, né potrebbero esserlo. C’è, però, un punto che le accomuna, ed è il baratro che si spalanca sui social quando la brutalità del linguaggio prende il sopravvento sulla complessità dei fatti.

Non è più soltanto la questione, ben nota e dibattuta, del «tutti possono commentare tutto». Da tempo c’è qualcosa di più profondo e inquietante: la perdita di senso. La discussione pubblica, sui social, non riguarda più i fatti in sé ma si sposta immediatamente sul terreno dell’urlo e dello sfogo. La morte – qualunque morte – smette di essere un evento che interroga la coscienza collettiva e diventa un’occasione per misurare la forza di un applauso virtuale o la ferocia di un fischio. È il cortocircuito del dibattito digitale: non importa capire, contestualizzare o distinguere. Importa solo segnare un punto nella partita infinita, e senza regole, delle opposte tifoserie.

Eppure dentro alcuni commenti si coglie anche un fondo di verità che non si può ignorare: la paura, l’esasperazione di chi vive una città in cui episodi di violenza legati allo spaccio si moltiplicano. Dire «succede così in tutte le città ormai» non basta: la gente ha diritto di sentirsi fragile e insicura e, soprattutto, ha diritto di pretendere risposte.

Il punto è che queste risposte non arrivano. L’Italia – ma se per questo nemmeno l’Europa – non ha una politica seria sull’immigrazione, non dispone di strumenti adeguati per governare i flussi, regolamentare le presenze, garantire sicurezza e integrazione. L’assenza di visione produce linguaggi distorti e lo spazio lasciato vuoto dalle istituzioni viene riempito dagli slogan, dalle scorciatoie, dalle invettive. «Finché si ammazzano tra di loro», «Selezione naturale». «Uno di meno», appunto.

Ma se l’opinione pubblica resta inchiodata a questo livello più superficiale, nessun problema sarà mai affrontato davvero. A forza di contare i “meno uno” rischiamo di smarrire ciò che dovrebbe restare al centro: la capacità di distinguere, di discutere, di elaborare politiche e non rancori. Non è questione di assolvere o condannare la tastiera. È questione di ritrovare, come comunità, la serietà del discorso pubblico.

Condividi:

Facebook
WhatsApp
Telegram
Email
Twitter

© 2025 La Voce di Novara - Riproduzione Riservata
Iscrizione al registro della stampa presso il Tribunale di Novara

Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore

Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SEGUICI SUI SOCIAL

Sezioni

Uno di meno

«Uno di meno». È uno dei tanti commenti comparsi sotto le notizie che abbiamo pubblicato riguardo al giovane marocchino morto a Novara, in un episodio ancora avvolto dall’incertezza: coltellate o colpi di pistola, regolamenti di conti legati allo spaccio, indagini che proseguono. Tre parole che cancellano tutto: la vita spezzata, il contesto, il fatto che una morte – qualunque morte – interroga una comunità.

Tre parole che riportano alla memoria un’altra vicenda, di qualche anno fa: l’uccisione di un carabiniere accompagnata dallo stesso identico commento. Allora si aprì un doppio processo, nelle aule di giustizia e nell’arena mediatica. Le due storie non sono paragonabili, né potrebbero esserlo. C’è, però, un punto che le accomuna, ed è il baratro che si spalanca sui social quando la brutalità del linguaggio prende il sopravvento sulla complessità dei fatti.

Non è più soltanto la questione, ben nota e dibattuta, del «tutti possono commentare tutto». Da tempo c’è qualcosa di più profondo e inquietante: la perdita di senso. La discussione pubblica, sui social, non riguarda più i fatti in sé ma si sposta immediatamente sul terreno dell’urlo e dello sfogo. La morte – qualunque morte – smette di essere un evento che interroga la coscienza collettiva e diventa un’occasione per misurare la forza di un applauso virtuale o la ferocia di un fischio. È il cortocircuito del dibattito digitale: non importa capire, contestualizzare o distinguere. Importa solo segnare un punto nella partita infinita, e senza regole, delle opposte tifoserie.

Eppure dentro alcuni commenti si coglie anche un fondo di verità che non si può ignorare: la paura, l’esasperazione di chi vive una città in cui episodi di violenza legati allo spaccio si moltiplicano. Dire «succede così in tutte le città ormai» non basta: la gente ha diritto di sentirsi fragile e insicura e, soprattutto, ha diritto di pretendere risposte.

Il punto è che queste risposte non arrivano. L’Italia – ma se per questo nemmeno l’Europa – non ha una politica seria sull’immigrazione, non dispone di strumenti adeguati per governare i flussi, regolamentare le presenze, garantire sicurezza e integrazione. L’assenza di visione produce linguaggi distorti e lo spazio lasciato vuoto dalle istituzioni viene riempito dagli slogan, dalle scorciatoie, dalle invettive. «Finché si ammazzano tra di loro», «Selezione naturale». «Uno di meno», appunto.

Ma se l’opinione pubblica resta inchiodata a questo livello più superficiale, nessun problema sarà mai affrontato davvero. A forza di contare i “meno uno” rischiamo di smarrire ciò che dovrebbe restare al centro: la capacità di distinguere, di discutere, di elaborare politiche e non rancori. Non è questione di assolvere o condannare la tastiera. È questione di ritrovare, come comunità, la serietà del discorso pubblico.

© 2025 La Voce di Novara
Riproduzione Riservata

Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore