Sequestro Mazzotti: due ergastoli a distanza di cinquant’anni dal drammatico rapimento

A distanza di cinquant’anni dal drammatico sequestro, terminato con la morte della vittima, oggi (mercoledì) dopo una camera di consiglio di tre ore la Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato Demetrio Latella, 71 anni, detto Luciano, residente in provincia di Novara, e Giuseppe Calabrò, detto u’ duttiricchiu, 74 anni, originario di San Luca (Reggio Calabria), per il concorso nell’omicidio volontario aggravato di Cristina Mazzotti, rapina a Eupilio (Como) il 30 giugno del 1975 e ritrovata morta il 1° settembre dello stesso anno a Galliate, dopo lunghi giorni trascorsi segregata in una buca scavata in un cascinale di Castelletto Ticino. Fu la prima donna italiana a morire nel periodo dei sequestri di ‘ndrangheta negli anni Settanta.

A far riaprire il caso – già all’epoca furono condannate diverse persone fra organizzatori, carcerieri e collaboratori – un’impronta digitale trovata sulla carrozzeria della Mini sulla quale Cristina viaggiava la sera del rapimento. Venne attribuita al novarese Latella solo nel 2008, grazie a moderni sistemi di comparazione di ciò che era repertato negli archivi della polizia di Stato.

E Latella confessò: ammise di avere preso parte al rapimento. Per tutti gli imputati, lo scorso luglio, la procura aveva chiesto la pena dell’ergastolo. Invece, i due imputati sono stati assolti dal reato di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione, estinto per intervenuta prescrizione.

Assolto per non avere commesso il fatto il terzo imputato, Antonio Talia, 73 anni, anche lui calabrese. La Corte ha inoltre condannato Calabrò e Latella al pagamento di una provvisionale di 600 mila euro a favore di ciascuno dei due fratelli di Cristina costituiti parte civile, Vittorio e Marina Mazzotti, come risarcimento del danno.

La pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Cecilia Vassena aveva chiesto di condannare tutti e tre gli imputati all’ergastolo, parlando di omicidio disumano: «Cristina è stata sottoposta a condizioni disumane. La buca era sotto il pavimento di un garage. In quella buca non poteva neanche stare in piedi, respirava con un tubo del diametro di pochi centimetri». I difensori degli imputati avevano chiesto l’assoluzione, o almeno la prescrizione, tenuto presente che avevano partecipato solo al rapimento e che non potevano prevedere, nell’impostazione difensiva, che l’ostaggio potesse morire nelle mani dei carcerieri. I legali dei due condannati faranno appello dopo la lettura delle motivazioni.

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