Referendum: le ragioni del “no” di Leggero all’abolizione della legge Severino

Il presidente dell'associazione La Torre – Mattarella spiega le ragioni perché gli elettori non dovrebbero approvare in particolare il quesito «che in qualche modo riguarda il mondo politico»

A poco più di una settimana dall’appuntamento con le urne sembra proprio non voler decollare la campagna per i cinque referendum riguardanti la giustizia. Se in qualche modo i sostenitori del “sì” cercano di calamitare un poco di attenzione, poco o nulla accade sull’altro fronte, dove anzi si confida piuttosto in un quasi scontato astensionismo, che vorrebbe dire l’annullamento della consultazione.


Fra le poche voci a livello locale a spendersi per il “no”, in particolare quello riguardante l’abolizione della cosiddetta legge Severino (per la quale non potranno essere candidati, o decadrebbero se eletti, parlamentari e amministratori locali che hanno subito una condanna passata in giudicato per reati particolarmente gravi), è il presidente dell’associazione La Torre – Mattarella, Roberto Leggero.


«Si tratta dell’unico dei cinque referendum – ci ha spiegato – che riguarda in qualche modo il mondo politico. E’ un quesito che merita attenzione e non deve essere sottovalutato. A mio avviso pecca di leggerezza chi sostiene la capacità dell’elettore di non votare un candidato “impresentabile”. La criminalità organizzata ha già avuto modo di dimostrare la sua capacità nel controllare considerevoli pacchetti di voti, dimostrando un’efficenza superiore a quella degli stessi partiti».


Per Leggero, che comunque ha confidato che si presenterà alle urne per respingere tutti e cinque i quesiti («I sostenitori del “sì” lamentano una scarsa pubblicità per questo appuntamento, ma mi sembra che loro stessi non si diano poi troppo da fare»), la scelta del “no” assume anche un profondo significato morale, impedendo di cancellare la memoria di quello che ci hanno lasciato «non solo Pio La Torre, Piersanti Mattarella, ma anche tutte le altre vittime della mafia. Rimaniamo profondamente garantisti, nessuno può essere considerato colpevole sino all’ultimo grado di giudizio, però tutti gli incarichi in ambito istituzionale devono essere assolti con onore e disciplina».

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Luca Mattioli

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