Omicidio del pusher nei boschi di Oleggio: assolta coppia di giovani ex fidanzati

Assolti per non aver commesso il fatto: non c’è prova per dire che siano stati loro a organizzare e commettere l’omicidio del pusher nei boschi dello spaccio a Oleggio. Ieri sera, 6 febbraio, la Corte d’Assise di Novara, al termine di una camera di consiglio di alcune ore, ha escluso la responsabilità di Nicolas Davanzo, 34enne di Borgo Ticino, indicato come esecutore materiale, e dell’ex compagna Francesca Dattoli, 29 anni, ritenuta l’istigatrice morale dell’omicidio di Fadili Charaf, ventottenne marocchino senza fissa dimora accoltellato a morte la sera del 25 luglio 2024 in via Vecchia Ticino.

La Corte ha anche disposto la liberazione dell’uomo, che si trovava in carcere in custodia cautelare proprio per questo fatto. Con l’assoluzione non hanno trovato quindi accoglimento le richieste di risarcimento danno avanzate dal fratello della vittima (anche lui con qualche problema legato al mondo dello spaccio, per cui è stato anche arrestato in passato), per un ammontare di 500 mila euro.

Il pm, al termine della requisitoria, aveva chiesto 24 anni per Davanzo e 17 anni per Dattoli, ritenendo concedibili le circostanze generiche vista anche la situazione drammatica e di sofferenza in cui era maturata la vicenda: la ragazza, infatti, aveva denunciato di essere stata stuprata dal pusher trovato cadavere un paio di giorni prima, quando era andata a comprare una dose.

Per i carabinieri e la procura non c’erano dubbi che fosse stata la coppia ad agire, proprio per vendicarsi della violenza sessuale subita da lei. Avevano offerto ai giudici una serie di elementi, fra cui il movente, alcune chat e conversazioni in cui lei diceva di volergliela far pagare, la presenza sul posto di Davanzo la notte dell’omicidio (“Gli ho solo tirato tre pugni ma poi sono scappato”, si è giustificato), la presenza di lesioni perfino sui genitali, con una sospetta coincidenza con quanto aveva scritto la ragazza in uno dei messaggi.

Elementi contraddittori e non sufficienti per una condanna, come hanno messo in evidenza i difensori degli imputati. I legali hanno duramente criticato l’operato dei carabinieri, che a loro modo di vedere non avevano effettuato indagini a tutto campo, concentrandosi in particolare nell’ambiente dello spaccio e delle lotte intestine interne ai vari gruppi di pusher. Sui vestiti della vittima c’era un dna ignoto, non compatibile con quello di Davanzo.

«Come è possibile che ci siano tracce di una persone sconosciuta e non dell’imputato che gli avrebbe tirato una serie di coltellate senza nemmeno sporcarsi?» hanno chiesto. C’erano inoltre molti comportamenti che poco combaciavano con l’aver commesso un omicidio, e fra questi il fatto che Davanzo, nell’allontanarsi dei boschi la sera dei fatti (in cui a suo dire doveva solo comprare droga e vedere se per caso identificava lo stupratore dell’ex compagna), si sia portato sulla statale e abbia chiesto un passaggio per ben due volte, a due persone diverse. “Se uno commette un delitto, cerca di scappare di nascosto, non si fa vedere sulla strada principale chiedendo passaggi”, hanno concluso i difensori.

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