Oltre cento novaresi a Torino contro le mafie. Don Ciotti: «La giustizia non ha genere»

Un’invasione pacifica, fatta di memoria viva, passi condivisi e un impegno che non vuole limitarsi alla retorica. Una delegazione di oltre cento persone, partita questa mattina da Novara, ha riempito le strade di Torino per partecipare alla manifestazione nazionale della XXXI Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Cittadini, studenti e volontari del novarese hanno risposto in massa all’appello lanciato da Libera Novara, unendosi alle decine di migliaia di persone giunte da tutta Italia nel capoluogo piemontese, scelto quest’anno come cuore pulsante del 21 marzo.

Le istituzioni in marcia e la voce di Libera Novara

Al fianco della società civile non è mancata la presenza attiva delle istituzioni locali, che hanno sfilato nel lungo corteo per testimoniare la vicinanza del territorio ai valori della legalità. A rappresentare il novarese c’erano Cosimo Bifano, presidente del consiglio comunale di Galliate, il sindaco di Cressa Ilaria Zola e Marina Grassani, giunta a Torino in rappresentanza sia del comune di Arona che della Provincia di Novara e Cinzia Spilinga, presidente della Consulta legalità del comune di Novara che ha dichiarato: «È stato un onore partecipare in rappresentanza del comune di Novara ed è un onere che mi porto a casa per svolgere in modo più efficace il mio ruolo. Le mafie oggi si insinuano sotto la pelle del paese e le parole di Don Luigi ci spronano a svolgere il ruolo di amministratori, amministratrici e rappresentanti politici al solo servizio del bene comune».

La partecipazione di oggi rappresenta il culmine di un percorso di consapevolezza iniziato a febbraio, in occasione del doppio incontro sul territorio proprio con il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, durante il quale, attraverso la drammatica storia di Cristina Mazzotti, era emersa l’urgenza di trasformare la memoria in una presenza fisica e responsabile. «Vedere oltre cento persone partire da Novara per essere qui a Torino oggi è un segnale di un’importanza straordinaria per il nostro territorio – ha commentato a caldo Sarah Verzì, coreferente di Libera Novara – Abbiamo chiesto ai cittadini e alle Istituzioni di esserci, di partecipare non con la retorica, ma con l’ascolto e la presenza fisica al fianco dei familiari delle vittime. E la risposta è stata forte e chiara».

Sulla stessa lunghezza d’onda il coreferente Ryan Coretta, che ha sottolineato l’impatto politico ed emotivo dell’evento: «Oggi, camminando insieme e ascoltando la lettura del lungo elenco dei nomi delle vittime innocenti, abbiamo messo in pratica quello che Don Ciotti ci ha ricordato a Novara: la parte giusta non è un luogo dove stare, ma un orizzonte da raggiungere insieme. Ora la vera sfida è riportare questa energia a casa nostra, trasformando il ricordo in un impegno quotidiano contro ogni forma di indifferenza e disuguaglianza».

L’appello di don Ciotti: spezzare il patriarcato mafioso

A dare un senso profondo ai chilometri macinati dai manifestanti sono state le parole vibranti pronunciate dal palco da don Luigi Ciotti. «È una meraviglia essere qui, a Torino, insieme a tanti amici arrivati da tutta Italia», ha esordito il fondatore di Libera, prima di sferrare un durissimo attacco a uno dei nodi più radicati della criminalità. «La subcultura mafiosa è una subcultura patriarcale – ha scandito don Ciotti – È fatta di silenzio imposto, di obbedienza cieca. Le donne devono ubbidire, non pensare; subire, non ribellarsi».

Eppure, ha ricordato il sacerdote, sono proprio le donne ad aver pagato spesso il prezzo più alto, perdendo la vita per aver detto “no”, per aver rotto gli schemi e rivendicato il diritto di essere vive. Nonostante una maggiore consapevolezza diffusa nella società, don Ciotti ha bacchettato duramente le Istituzioni: «La violenza continua, i femminicidi non si fermano. E la politica arranca, non tiene il passo», ha affermato, riferendosi anche ai recenti passi indietro sul tema del consenso in Parlamento, definiti «inaccettabili». Da qui l’appello a non lasciare sole le donne che scelgono di allontanarsi dai contesti criminali denunciando il sistema: «Servono subito nuove norme, una legge che protegga queste scelte coraggiose. In Commissione Antimafia una proposta è stata firmata da tutte le forze politiche. Ora serve la stessa unità che trent’anni fa portò alla legge sui beni confiscati, perché la giustizia non ha genere».

La “malattia” della pace e i giovani abbandonati

Lo sguardo di don Ciotti si è poi allargato ai grandi drammi globali degli ultimi vent’anni, ricordando come i conflitti non siano solo tragedie umanitarie, ma «grandi affari» per mafie, trafficanti d’armi e multinazionali. «Dove c’è caos, le mafie entrano. Nella ricostruzione, nella tratta, nella corruzione», ha denunciato, invocando una scelta radicale: «Dobbiamo essere malati di pace. E non guarire mai».

Un passaggio particolarmente toccante è stato dedicato ai giovani («A volte vi abbiamo lasciati soli, ed è lì che crescono rabbia e violenza») e alla crisi nel Mediterraneo, definito ormai un cimitero dove migliaia di persone vengono inghiottite nell’indifferenza di governi ed Europa. L’unico antidoto, ha concluso il fondatore di Libera, è recuperare le coscienze, lottando contro l’inerzia con «un salvagente di pensiero critico». Infine, il doveroso e commosso ricordo per le vittime: «I nomi che abbiamo letto non sono numeri. Sono persone a cui è stata strappata la vita. Non vi dimenticheremo. Non permetteremo che la vostra morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta».

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Immagine di Luca Galuppini

Luca Galuppini

25 anni, laureato con lode in Politics, Philosophy and Public Affairs all'Università degli Studi di Milano, lavora come addetto stampa.