Novara torna in piazza per Ahmadreza Djalali: «Il silenzio può diventare una condanna»

Novara è tornata in piazza per Ahmadreza Djalali. Sabato 11 aprile, in piazza Matteotti, cittadini, istituzioni, mondo accademico e associazioni hanno partecipato al presidio promosso da Amnesty International per chiedere ancora una volta la liberazione del medico e ricercatore svedese-iraniano che ha lavorato anche all’università del Piemonte Orientale e al Crimedim, arrestato in Iran il 25 aprile 2016 e da allora detenuto in condizioni più volte denunciate a livello internazionale.

Sul suo caso continua a pesare una condanna a morte, mentre le sue condizioni di salute restano motivo di forte preoccupazione. Ed è proprio contro il rischio dell’oblio che si è mosso il presidio novarese: riportare il nome di Ahmadreza Djalali nello spazio pubblico, ribadire il legame che lo unisce a questa città e chiedere che la sua vicenda non venga lasciata scivolare nel silenzio.

Ad aprire l’iniziativa è stata Franca Di Franco, referente della circoscrizione novarese di Amnesty International, che ha indicato con chiarezza il senso del pomeriggio: «Vogliamo che non cada il silenzio su di lui». Un appello alla mobilitazione e alla responsabilità collettiva, nella convinzione che attenzione pubblica e pressione internazionale possano ancora rappresentare un argine. Dopo di lei è intervenuto l’assessore Luca Piantanida, in rappresentanza del comune di Novara, che ha insistito sul legame tra Djalali e la città: non soltanto un caso diplomatico, ma «un uomo, un ricercatore, un medico, un padre, un marito, una persona che ha fatto parte della comunità novarese». A lui si è unita la voce del consigliere regionale Domenico Rossi che ha ricordato come serva tenere acceso un faro, «perché la difesa dei diritti umani non è una vicenda lontana, ma qualcosa che chiama in causa tutti».

Sono poi intervenuti Luca Andreani, responsabile circoscrizionale di Amnesty International per Piemonte e Valle d’Aosta, che ha definito la storia di Ahmadreza «un concentrato di violazioni dei diritti umani» , e Antonio Scordia, del coordinamento South West Asia and North Africa , che ha richiamato la necessità di trasformare l’indignazione in azione collettiva: «non fermiamoci all’indignazione».

Nel corso del presidio hanno preso la parola anche il professor Francesco Della Corte e il professor Davide Colombo, colleghi di Ahmadreza al Crimedim, che hanno ribadito il legame umano e professionale che continua a unire Novara a Djalali. In particolare, è stato riferito che dagli ultimi contatti avuti dalla moglie, Vida Mehrannia, emerge una situazione ancora molto pesante dal punto di vista umano e sanitario.

In chiusura, attraverso il podcast Non succede mai niente, pubblicato da La Voce di Novara e nòva, è stata ricostruitoa a storia di Ahmadreza Djalali con alcuni estratti audio dedicati alla sua vicenda. Il presidio si è svolto in un momento particolarmente delicato anche per il contesto generale iraniano. Le condizioni dei detenuti nel Paese risultano sempre più gravi e, secondo le più recenti denunce delle organizzazioni internazionali, migliaia di prigionieri sono oggi esposti non solo agli abusi delle autorità, ma anche agli effetti dell’attuale instabilità militare e politica nell’area.

È dentro questa cornice che Novara ha scelto di tornare a esporsi. Non solo per ricordare Ahmadreza Djalali, ma per opporsi alla normalizzazione della sua assenza. Il messaggio arrivato da piazza Matteotti è stato semplice e preciso: continuare a nominarlo, continuare a raccontarlo, continuare a renderlo visibile. Perché in storie come questa il silenzio non è mai neutrale. E, col tempo, può trasformarsi in una condanna.

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