Un numero che toglie il respiro: 18.457. È il conteggio, drammatico e in continuo aggiornamento, dei bambini rimasti uccisi a Gaza. Quei 18.457 nomi sono stati trascritti a mano su un lungo sudario bianco, un memoriale itinerante che è stato esposto per la prima volta a Udine, in concomitanza e in segno di dissenso contro la partita di calcio Italia-Israele.
La stesura di questo drappo è stata un vero e proprio rito collettivo. Madri e nonne hanno tracciato quelle lettere pensando ai propri figli e nipoti; insegnanti lo hanno fatto rivolgendo il pensiero ai propri studenti. Persone che, in silenzio e con le lacrime agli occhi, hanno trovato in questo gesto un momento di unione per rompere il senso di isolamento e impotenza di fronte all’escalation militare. «Di fronte a quel numero – hanno spiegato i promotori – vogliamo ricordare che ogni cifra è un nome, una famiglia cancellata, un futuro spezzato. Questo sudario è memoria, ma è anche un’accusa per chi non fa nulla per fermare il massacro in corso».
A dare voce a questo dolore, legandolo direttamente al nostro territorio, è Khulud, 25 anni. Originaria di Gaza, dove ha sempre vissuto fino a una delle precedenti tregue, oggi studia Medicina all’Università del Piemonte Orientale (Upo). Le sue parole squarciano il velo della retorica: «Due giorni fa era il 7 ottobre, una data che viene usata per condannare la nostra sofferenza e giustificare atrocità, dimenticando i decenni precedenti. Ma per me la data incisa sulla pelle è oggi, 9 ottobre: l’anniversario del giorno in cui ho perso la mia casa e tutto ciò che avevo. Il giorno in cui la mia vita ha preso una strada irreversibile. Da tre anni sono una senzatetto, senza una “comfort zone” e derubata delle mie memorie di gioventù».
Khulud si è fatta portavoce non solo dei quasi ventimila minori assassinati tra Gaza e la Cisgiordania, ma anche degli uomini e delle donne spazzati via dai bombardamenti. «Anche loro erano vittime, così come tutti noi eravamo bersagli. La nostra unica colpa è stata nascere nella nostra terra: una tragica sfortuna geografica. La mia presenza qui, oggi, è un miracolo, perché ho rischiato di morire diverse volte. Ma tutti, nella mia nazione, meritano il miracolo di vivere. Invece, laggiù, ci sono bambini che non sanno cosa significhi avere un posto sicuro o esplorare il mondo, derubati di un’infanzia normale».
La sua è un’accusa diretta all’assuefazione dell’Occidente di fronte alla tragedia palestinese. «Trovo anormale che la nostra morte sia stata normalizzata. Sembra che la nostra vita valga meno di quella degli altri e che i nostri bambini non abbiano diritto di stare in questo mondo. Sono grata per queste iniziative che si sforzano di restituirci il diritto di esistere in quanto esseri umani, perché si muore davvero solo quando si viene dimenticati. Visto che non possiamo riportarli in vita possiamo e dobbiamo fare del nostro meglio per fermare questo scempio e proteggere chi è ancora in vita laggiù» ha concluso.








