Cronaca

Fimmg: «Facciamo quello che possiamo con i mezzi a disposizione»

Il segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale lamenta le difficoltà di questa situazione emergenziale: «È difficile gestire pazienti con sintomi non certi. Inaccettabile non avere i dispositivi di protezione»

Mancanza di dispositivi (mascherine, guanti, camici, occhiali) e difficoltà nella gestione dei pazienti con sintomi assimilabili al coronavirus ma non certificati. Queste sono le principali criticità segnalate da Savio Fornara, medico di base e segretario della Fimmg, Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.

«Dallo scorso 23 febbraio, giorno in cui si è svolto il primo tavolo tecnico con la direzione dell’ospedale, l’Asl e l’unità di crisi locale – spiega Fornara – noi abbiamo ricevuto solo due tranche di mascherine: 55 la scorsa settimana distribuite ai medici che fanno parte dell’equipe territoriale e sabato scorso altre 1500 su iniziativa dell’ordine dei medici (grazie alla donazione di Fondazione comunità del novarese, ndr). Entro il fine settimana dovremmo riuscire a distribuire a tutti i medici il disinfettante, mentre gli occhiali sono introvabili. Inaccettabile se si considera che noi medici di famiglia dobbiamo seguire un centinaio di pazienti al giorno con sintomi non accertati: se ci ammaliamo, queste persone devono rivolgersi altrove con un conseguente sovraccarico delle strutture ospedaliere».

 

 

Come si fa, dunque, a sopperire a questa situazione?
Intanto ci rechiamo a casa dei pazienti solo quando è strettamente indispensabile utilizzando, nella maggior parte dei casi, i dispositivi di protezione che erano già in nostro possesso. Poi restiamo in contatto con i nostri assistiti due volte al giorno tramite skype, whatsapp, telefono. Nella zona nord della provincia, tra Arona e Borgomero, è inoltre in funzione l’Usca, la nuova unità sperimentale di continuità assistenziale allestita a livello nazionale e composta da medici di medicina generale formati appositamente per questa situazione di emergenza, in modo particolare per la vestizione e la svestizione, in grado di seguire in sicurezza, per quanto sia possibile, i pazienti domiciliati. Nei prossimi giorni l’unità dovrebbe essere operativa anche a Novara città e nella zona sud in modo da dare una mano ai medici di famiglia, anche perché i casi sono molti di più di quelli ufficiali: i numeri comunicati, infatti, tengono conto solo dei positivi.

Ieri la Regione ha annunciato che il numero dei tamponi sarà intensificato, secondo lei è utile?
Secondo me sì, però credo anche che su questo tema dovremmo ascoltare quello che dicono gli esperti epidemiologi. Per quanto, alla fine, è l’unità di crisi a decidere quanti e quali tamponi effettuare. Per fare un esempio: ho segnalato due volte al Sisp Servizio di Igiene e Sanità Pubblica un mio paziente di 74 anni che da alcuni giorni ha sintomi febbrili, ma dall’unità di crisi non hanno ritenuto necessario procedere con il tampone».

Nei giorni scorsi gli Ordini provinciali dei medici hanno preso una dura posizione contro la Regione lamentando una mancanza di attenzione dei vostri confronti.
Sono d’accordo. Noi medici non ospedalieri non veniamo considerati: se con i vertici Asl facciamo il punto ogni martedì mattina da quando è stata dichiarata l’emergenza, i nostri rappresentati in unità di crisi regionale sono presenti solo dalla scorsa settimana.

Qualche giorno fa il sindaco di Novara aveva sollevato la questione secondo la quale alcuni medici di base non seguirebbero adeguatamente i propri pazienti in questo momento, le è stato segnalato qualche caso?
Al momento no, però mi viene difficile pensare che ci siano medici che lascino da soli i propri pazienti. Noi ci stiamo attrezzando con tutti i mezzi in nostro possesso, la maggior parte di noi è disponibile a qualunque ora. E voglio approfittare dell’occasione per rivolgere un saluto riconoscente e un ringraziamento a tutti i colleghi che stanno lavorando negli ospedali.

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