Si spegne un’insegna e una piccola parte di memoria collettiva della città. Dopo circa 30 anni di attività a Novara, La Città del Sole, parte della catena da oltre 90 punti vendita in tutta Italia, conosciuta per la sua selezione di giochi educativi, materiali creativi e proposte di qualità, sta abbassando le serrande.
Lo stupore è forse la reazione più diffusa tra chi assiste alle commesse che inscatolano la rimanenza della merce. La Città del Sole non era percepita come un negozio “in difficoltà”, ma come una presenza stabile, quasi garantita che dal 1997 accoglieva i cittadini novaresi in un mondo quasi magico. Per questo la notizia arriva come uno strappo improvviso. «È un peccato, era diverso», dice una mamma passando con la figlia. «Qui non vendevano solo giocattoli», osserva un signore che ricorda di esserci entrato prima con i figli, poi con i nipoti.
In effetti, La Città del Sole non era soltanto un negozio per bambini. Accanto ai giochi educativi c’erano giochi da tavolo, libri-gioco, materiali creativi, proposte pensate anche per adulti. Era uno di quei luoghi in cui si entrava magari per un regalo e si usciva con qualcosa anche per sé, un negozio che chiedeva tempo, curiosità, dialogo, di relazione. Vederlo oggi con gli scaffali spogli colpisce perché non se ne va un’attività qualunque, ma un pezzo riconoscibile della quotidianità cittadina.
«La chiusura è stata decisa a causa del prezzo troppo alto dell’affitto del negozio e della perdita di clientela – spiega la referente dell’area Stefania Sblendorio -. Saremmo felici di aprire un altro punto vendita in città e ci appelliamo alla sensibilità degli imprenditori novaresi che volessero decidere di investire nella nostra realtà».
Una spiegazione che inevitabilmente apre una riflessione più ampia sullo stato del commercio cittadino. Negli ultimi anni, infatti, il centro di Novara, come quello di tante altre città medie, ha visto crescere le difficoltà: affitti elevati, margini sempre più ridotti, concorrenza dei grandi poli commerciali e soprattutto dell’e-commerce. Una competizione spesso impari, dove la velocità e il prezzo vincono su prossimità e relazione. Ma c’è anche una domanda che resta sospesa e necessaria: quanto questa crisi riguarda anche le nostre scelte quotidiane? Quante volte abbiamo apprezzato negozi come La Città del Sole, salvo poi acquistare online perché “più comodo”, “più veloce”, “meno caro”? Quante volte abbiamo dato per scontata la loro presenza, come se potessero resistere indipendentemente da come compriamo, da dove compriamo?
Non si tratta di cercare colpe individuali, né di contrapporre morale e mercato. È però evidente che il commercio di prossimità vive di un equilibrio fragile, che si regge anche su abitudini collettive. Un negozio non chiude all’improvviso: spesso lo fa dopo anni di tentativi, di resistenza silenziosa, di conti che non tornano più.
Per chi ha lavorato dietro quei banchi, la chiusura è qualcosa di ancora più concreto: non è solo la fine di un impiego, ma la perdita di una parte della propria storia professionale. Le commesse, tra scatoloni e ultimi clienti, incarnano bene questa doppia dimensione: la necessità pratica di chiudere e la consapevolezza di aver costruito relazioni, fiducia, piccoli riti quotidiani.
La chiusura de La Città del Sole non è un caso isolato. Negli ultimi mesi altre attività storiche hanno abbassato le serrande, rendendo sempre più evidente che il tema non è il singolo negozio, ma il modello di città che sta emergendo. Un centro fatto solo di servizi rapidi, catene e vetrine intercambiabili rischia di perdere ciò che lo rende riconoscibile e vivo. Così, mentre qualcuno si ferma ancora a guardare dentro, e qualcun altro scuote la testa incredulo, resta una sensazione diffusa: non è solo un negozio che chiude, ma un passaggio che ci riguarda tutti.
Una pagina che si volta, lasciando aperta una domanda sul futuro del commercio cittadino e sul ruolo che, volenti o nolenti, ciascuno di noi ha contribuito a scrivere.







