Aborto: polemiche per il bando della Regione. A Novara 273 richieste nel 2020

Aborto: polemiche per il bando della Regione Piemonte, che si chiuderà il prossimo 31 marzo, relativo alla “Definizione delle modalità per la formazione e l’aggiornamento degli elenchi presso le ASLdelle organizzazioni di volontariato e delle associazioni operanti nel settore della tutela materno infantile”.

A sollevare obiezioni da più parti la richiesta di «presenza nello statuto della finalità di tutela della vita fin dal concepimento e/o di attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e alla tutela del neonato», riportata nella determina di lancio del bando.

Raffaele Gallo, presidente del gruppo Consiliare del PD in Regione, e Domenico Rossi, vice-presidente della Commissione sanità della Regione parlano di «attacco su tutto il territorio nazionale nascosto dietro le decisioni delle singole regioni o di atti di indirizzo presentati nei consigli comunali. Non c’è alcuna preoccupazione sanitaria dietro tutto questo, ma solo finalità politiche. La decisione della Regione di inviare alle Asl indicazioni per avviare collaborazioni con le associazioni pro-vita all’interno dei consultori viola i diritti e mette a rischio la libertà di scelta delle donne. Se a questo aggiungiamo un altro annoso problema che riguarda l’eccessivo numero di medici obiettori di coscienza è evidente che in Piemonte non si garantisce un’attività sanitaria e di supporto omogenea sul territorio».

Il Vice Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte Antonio Attinà, oltre a ribadire il «diritto di potersi autodeterminare» delle donne, commenta: «La normativa regionale e nazionale fa riferimento al compito dei consultori di sostenere le maternità difficili per ragioni economiche e sociali che potrebbero spingere all’aborto. Sarebbe utile, in riferimento a questo tema, concentrare il focus delle politiche sociali sulle misure e le prestazioni ancora mancanti oppure presenti ma parcellizzate, frammentate, di difficile accesso».

Questo il dibattito a livello piemontese, ma qual è lo stato dell’arte nelle strutture sanitarie pubbliche del territorio novarese? Lo abbiamo chiesto agli addetti ai lavori, a partire dai consultori, primo baluardo a cui si rivolgono le donne che intendono sottoporsi a Ivg (interruzione volontaria di gravidanza).

Sono 13 i consultori attivi sul territorio dell’Asl Novara (qui le sedi) e svolgono un totale di circa 36.000 prestazioni complessive l’anno. Nel 2020 sono state 273 le donne che hanno ottenuto il certificato per potersi sottoporre a Ivg nelle strutture ospedaliere. «Dieci anni fa erano quasi il doppio», precisa Giorgio Pretti, responsabile dei Consultori Asl. A livello nazionale, secondo una relazione del 2018 pubblicata dal ministero della Salute «in Italia l’IVG è in continua e progressiva diminuzione dal 1983 e il ricorso a tale intervento (tasso di abortività) del nostro Paese è fra i più bassi tra quelli dei Paesi occidentali; un terzo delle IVG totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere».

Come funziona il percorso per l’Ivg?
«Si tratta di un servizio ad accesso diretto, regolato dall’articolo 5 della legge 194 – spiega Pretti – La donna viene presa in carico e inserita in un percorso di conseling, con infermieri e ostetriche appositamente formate, che offre sostegno psicologico e un’analisi degli aspetti sociali dei singoli casi. Lo step successivo è la visita con la ginecologa, sono tutte donne nei nostri consultori – precisa – in cui si effettua la valutazione medica anche con ecografia ed ecodatazione. Sulla base di tutte le informazioni raccolte viene poi rilasciato un certificato: da lì a 7 giorni, non prima perché è proprio previsto questo tempo di attesa per eventuali ravvedimenti, la donna può recarsi in ospedale per l’Ivg».

Qual è il rapporto ginecologhe obiettrici e non nei vostri consultori?
«50 e 50: abbiamo 2 dottoresse obiettrici e altre 3 che non lo sono – risponde Pretti – Se una donna ha già effettuato il counseling e arriva in un consultorio dove in quel momento è presente una ginecologa obiettrice si cerca un’alternativa: viene inviata in un consultorio dove in quel momento è di turno la non obiettrice o si rinvia la visita al primo giorno utile con la non obiettrice. La priorità per noi è assicurare che la donna possa stare entro i 90 giorni entro cui è possibile, per legge, effettuare l’interruzione».

Per la vice capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Gribaudo, «la scelta della regione Piemonte di privilegiare le associazioni pro-vita nell’accesso ai consultori è gravissima e viola i diritti delle donne alla propria autodeterminazione». Ci sono associazioni attive nei consultori? Quante pro-life?
«Ho sentito parlare anche di sportelli nei consultori, ma non esistono – spiega Pretti – Ovvio che collaboriamo con associazioni di volontariato, ma quello che facciamo effettivamente quando emergono dei bisogni nelle donne che si rivolgono a noi è di inviarle a strutture istituzionali, come ad esempio il Centro comunale per le famiglie di via della Riotta, o le mettiamo in contatto con i Servizi sociali. Nessuna associazione opera direttamente nei nostri consultori e neppure nelle riunioni del Comitato regionale di noi responsabili dei consultori ho mai sentito richieste di ingresso in tal senso, neppure da parte di associazioni pro-life».

Bisognerà quindi aspettare la chiusura del bando, fissata al 31 marzo, per capire se e quali modifiche interverranno. Nell’attesa siamo andati a vedere cosa succede negli ospedali di Novara e Borgomanero e ve lo raccontiamo in un’altra puntata.

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