Su tre piani di una elegante ma austera palazzina romana del primo Novecento, abitano tre famiglie che sembrano uscite da quadri di Felice Casorati. Sono tre famiglie borghesi che conducono una vita tranquilla, almeno apparentemente e fino a quando sua maestà il caso non ci mette il becco. A quel punto le vite delle tre famiglie che condividono uno spazio comune quale è quello del piccolo condominio, vengono stravolte. Il “plot” narrativo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo dal cui romanzo è tratto il film di Nanni Moretti, è apparentemente naturale, ma sostanzialmente diabolico.

Le famiglie nel loro interagire si imbattono in una lunga teoria di situazioni che contemplano: l’omicidio colposo, la pedofilia, l’adulterio, la molestia sessuale, la truffa, ma anche la follia, il tradimento, il pentimento, l’amicizia, la solidarietà, il perdono. Sarebbe difficile, ma soprattutto inutile, raccontare la trama del magnifico film di Nanni Moretti, ci si accontenti di questo embrione di ordito e si passi direttamente alla sala cinematografica. Un racconto dal ritmo rohmeriano, ma con l’ineguagliabile impronta del grande regista italiano.

Ad una trama tanto complessa ed intricata, si contrappone un nitore esemplare nella definizione caratteriale dei personaggi, un algido, ma precisissimo racconto dei sentimenti. Qualcuno ha anche azzardato l’ipotesi, non del tutto campata in aria che i tre piani a cui alludono il titolo non siano solo i tre piani di una abitazione, bensì i tre livelli della personalità secondo Freud, ovvero l’Io, il Super Io e l’Es. Sarebbe ancora semplicistico però vedere in Lucio (Riccardo Scamarcio), vero protagonista del film, la personificazione dell’Es, in Monica (Alba Rohrwacher) e in Vittorio (Nanni Moretti), quella del Super Io.

I personaggi dell’intricata narrazione di Nevo e soprattutto il racconto cinematografico che ne fa Moretti, sembra però lasciare spazio anche a figure psichiche “intermedie”, come quella sempre in bilico tra affettività e morale che caratterizza Dora (Margherita Buy). Cosa insegna questa complessa vicenda di sentimenti e situazioni? Da un punto di vista morale non lo so, da un punto cinematografico, “Tre Piani”, insegna come si fa il cinema o almeno un certo cinema, quello di parola tanto amato dal il pubblico francese, forse meno quello italiano (ricordiamo che il film è una co-produzione italo-francese). Eppure nel film di Moretti non v’è solo la parola, ma anche una ricerca visiva di grande raffinatezza che non sfugge allo spettatore più attento e una magnifico ritmo narrativo. Il tango della milonga ambulante (perché non vederci una auto-citazione da “Ecce Bombo”?), è forse la miglior metafora visiva della vita e del film stesso che la vita mette in scena.

Vicinissimo ad essere un capolavoro.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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