Emmanuel Carrére: “Yoga” Eugenio Borgna: “In dialogo con la solitudine”

Dalla rubrica Chez Mimich

Leggo spesso due libri contemporaneamente, di solito di genere diverso. Mi è capitato nelle scorse settimane di essere alla fine della lettura di “Yoga” di Emmanuel Carrère (Adelphi) e, nel contempo, di incominciare a leggere “In dialogo con la solitudine” di Eugenio Borgna (Einaudi). È strano che sia accaduto poiché si tratta di due volumi che, anche se da presupposti e da angolature diversi (potremmo dire con due approcci epistemologici diversi, se non fosse un po’ esagerato per il libro di Carrère), affrontano più o meno lo stesso argomento ovvero la meditazione introspettiva (anche se in Brogna il tema è la solitudine e non solo quella esistenziale). Se il tema è parzialmente comune i due autori sono, naturalmente, agli antipodi: avventuriero, giornalista, scrittore e tante altre cose il primo, psichiatra di fama internazionale il secondo.

“Yoga” è un libro sulla meditazione, ma non solo sulla meditazione yoga in senso stretto, benché il volume prenda le mosse da un seminario di meditazione a cui l’autore si è trovato a partecipare. La tesi sostenuta, spesso sotto traccia, in tutto il volume è che meditazione può essere tutto o quasi tutto, ma con questo voler essere quasi tutto alla fin fine sembra proprio non essere più nulla. Certo, se vogliamo anche la sbronza, quale stato di alterazione della mente, consente “meditazioni” che sono al di fuori dei consueti schemi mentali, ma la carne al fuoco sembra essere davvero tanta, troppa e condita con condimenti presi dalla psicanalisi, dalla meditazione trascendentale, dalla saggezza ebraica, tanto da far risultare la “grigliata” un po’ indigesta… Di tutt’altro tenore, è la meditazione introspettiva sulla solitudine di Eugenio Borgna che ci regala un piccolo testo dal nitore esemplare che spazia, corredato dal consueto apparato poetico-letterario, dalla solitudine esistenziale a quella piscotica riuscendo ad esplicitarne le differenze e le caratteristiche proprie.

Da “In dialogo con la solitudine” esce anche un elogio di quella solitudine meditativa che dovrebbe essere propria di ogni spirito umano e che permette di vivere la gioia ed elaborare  il dolore alla luce di una analisi lucida, ma sempre emozionale dell’anima umana. Non è possibile poi scindere il testo dello psichiatra da quello dell’uomo di lettere che non può fare a meno di riferirsi, nel costruire il suo pensiero, alla grande letteratura, con particolare riferimento a quella a cavallo tra Ottocento e Novecento, come accade in tutti i suoi volumi: Rainer Maria Rilke, Emily Dickinson, Katherine Mansfield, Virginia Woolf, ma anche Leopardi o Antonia Pozzi. Insomma uno psichiatra extra colto, umanissimo, con un’idea del dialogo con noi stessi (la confusa “meditazione” di Carrère), molto più centrata sulla complessità dell’essere che non sul narcisismo sregolato dello scrittore francese.  Certo i commenti comparati lasciano il tempo che trovano poiché è ovvio che ogni testo faccia storia a sé, ma in questo diario di letture (social-diary), qualche licenza ce la si può concedere…

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