Per ragioni anagrafiche, lo ricordo imbolsito, Elvis Aaron Presley, se non proprio gonfio, sempre sudato, rinchiuso in quella gabbia dorata che fu per lui l’Intercontinental Hotel di Las Vegas. Lo ricordo sulle fotografie sgranate che comparivano sui quotidiani e da qualche filmato del telegiornale. Ricordo bene anche quando morì a Memphis, il 16 agosto del 1977; avevo sostenuto da poco gli esami di maturità e ho ancora davanti agli occhi il paginone centrale del quotidiano “La Repubblica” che lo ricordava.

Il magnifico film di Baz Luhrmann in corsa per l’Oscar e, in questi giorni nelle sale cinematografiche, mette anche in luce una storia parallela, spesso ignorata, quella del procuratore di Elvis, lo spietato “colonnello” Tom Parker. Una storia senza la quale sarebbe difficile spiegarsi tante cose dell’inventore del rock’n roll. La vita di Elvis, in fondo, è stata molto lineare, anche se ha seguito la prevedibile parabola comune a molte star della musica o del cinema (adesso anche del calcio), parabole fatte di esordi in sordina, fulminanti successi, finali disperati. Il film di Baz Luhrmann è analitico e poetico, circostanziato e simbolico. Gli esordi del giovane Elvis (interpretato da uno straordinario Austin Butler), dalla incisione (a pagamento) del suo primo disco presso la “Sun Records” e l’incontro col primo vero manager, Sam Philipps, fino ai guai giudiziari a causa del suo ancheggiare, divenuto quasi un marchio di fabbrica, episodio che rivela un’America bigotta e puritana, oltre ogni ragionevole motivazione, ma anche un’America in cui vigeva ancora il segregazionismo e il razzismo più odioso.

Elvis è la voce più nera tra le voci bianche, e il film mette in giusta evidenza tutte queste relazioni intime tra lui, il blues, il rhythm and blues, il country, radici che sembrano curiosamente ritornare in tanti grandi figure del rock, come Dylan o Springsteen. Magnifico il viaggio sonoro nel Sud che Luhrmann ci fa vivere, attraverso la vita di Elvis. La seconda parte (il film dura più di due ore e mezza), alla figura di Presley si avvinghia, come una sanguisuga, quella di Tom Parker, uomo dal passato losco, giocatore d’azzardo e manager avido. Anche qui una interpretazione, quella di un quasi irriconoscibile Tom Hanks, senza sbavature, che ci restituisce a tutto tondo la figura cinica e spietata di Parker, che fu probabilmente il mandante morale della morte di Presley: una vita fatta di concerti a ritmo sempre più serrato che costrinsero l’artista a fare abbondante uso di farmaci dopanti.

Ma il film non è manicheo e il regista sembra suggerire anche un’altra lettura. Elvis muore a causa del troppo amore che il pubblico gli ha sempre elargito e da cui è stato travolto, tanto da non poter più vivere senza questo continuo “flusso veneratorio” che era ormai andato a riempire tutta la sua vita, e da preferirlo all’amore della moglie Priscilla e della figlioletta Lisa Marie. Questo rapporto assolutamente sensuale col pubblico e con il vibrare della musica nel suo corpo come nella sua mente, è molto ben evidenziato nel film. Baz Luhmann ha saputo costruire una biografia filologicamente ineccepibile, senza trasformare il film in un documentario, una prova di regia molto superiore a quello sperimentalismo un po’ confusionario e posticcio di “Moulin Rouge”, di circa vent’ anni fa.

Una struggente e simbolica “Unchained Melody”, cantata per l’ultima volta, chiude il film, importante, possente e degno dell’artista indimenticabile a cui è dedicato.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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