Non credo sia un caso che due dei più grandi registi italiani viventi, Mario Martone e Paolo Sorrentino, siano nati a Napoli. (per la cronaca il terzo, Nanni Moretti, è nato a Roma). Aggiungiamoci che anche uno dei più grandi attori italiani, Tony Servillo, è nato a Napoli e potremmo cominciare ad avere un numero di dati che possono non essere del tutto casuali. Napoli è una città che esprime talenti ed è una città molto cinematografica messa in pericolo da due rischi: la tendenza alla retorica e quella al folcklore.

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, non è un film su Napoli, non è un film su Maradona e forse non è nemmeno solo un film su Paolo Sorrentino, è piuttosto un film sulla dialettica, se posso mutuare un termine hegeliano, e in particolare sulla dialettica della vita dove gioia e dolore (tesi e antitesi), dànno luogo alla consapevolezza (sintesi). E dove, meglio che a Napoli, questi accadimenti possono trovare picchi emozionali estremi nel bene e nel male? Città capace di grandi emozioni, di grandi entusiasmi, di grandi disincanti, di grandi tragedie e di grandi commedie. Se volessimo, questa è la lettura di un film che molti vedono come (una prematura), autobiografia cinematografica di Paolo Sorrentino.

Certo proporre un’autobiografia a cinquant’anni potrebbe sembrare vagamente autocelebrativo. Trovo invece che in “È stata la mano di Dio”, Sorrentino abbia espresso, nel suo linguaggio cinematografico che mescola mirabilmente una “Neue Sachlichkeit” partenopea a un “barocchismo” cinematografico felliniano e profondamente italiano, una congiunzione astrale. Il film, come tutti sanno, racconta l’adolescenza di Fabietto (il giovane Sorrentino), che vive il dramma della perdita dei genitori e la conseguente convinzione di voler fare del cinema, proprio in coincidenza dell’epopea napoletana di Diego Armando Maradona. La mano di Dio non è solo quella del calciatore argentino che segna un goal “canagliesco”, e geniale all’Inghilterra, ma anche quella che spinge Fabietto in fuga dalla realtà, verso il cinema, luogo del sogno per eccellenza.

Un’immagine di Napoli che solo chi conosce a fondo la città o come chi vi scrive, ha radici in quella terra, può forse comprendere a fondo. L’intervento del divino è a Napoli una realtà fattuale su cui contare, magari un divino un po’ più alla portata di tutti, diciamo “alla buona”.

Cos’è un goal fatto con la mano, se non la sublimazione dell’arte di arrangiarsi che ha trovato da sempre la sua terra d’elezione ai piedi del Vesuvio? Se il vaso che Troisi in una famosa sequenza di “Ricomincio da tre” chiamava a sé si fosse mosso verso di lui, ogni problema sarebbe stato risolto. La mano di Maradona è il piccolo trucco che aiuta il divino ad intervenire ed é ciò che convince Fabietto ad utilizzare la magia “divina” del cinema, per raccontare un mondo altrimenti triste e cupo, fatto di morte e di sofferenza.

Non so se il film rasenti la perfezione, forse non era necessario ribadire in maniera esplicita e reiterata l’idea che la realtà sia deludente, magari qualche soluzione visiva e narrativa non è perfettamente a punto, come l’immagine di Fabietto riflessa nel finestrino del treno in viaggio verso Roma, con sottofondo di “Napule è” di Pino Daniele fa un po’ troppo “realismo socialista partenopeo”, ma battute a parte, questo film potrebbe portare davvero in Italia l’Oscar che manca dai tempi di Roberto Benigni.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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