Fp Cgil Novara: «Il sistema sanitario va curato. Mobilitazione nazionale per un’alleanza tra operatori e cittadini»

Fp Cgil di Novara e Vco vuole illustrare le ragioni della mobilitazione nazionale che dovrà avere alla base un’alleanza tra lavoratori, lavoratrici, pensionati e cittadini

Il titolo può sembrare un ossimoro culturale, un’affermazione che stride con la missione principale a cui è rivolto il sistema sanitario nazionale, ma in questi ultimi due anni e negli ultimi dieci si è palesemente dimostrato come il nostro sistema sanitario nazionale soffra di un male che sembra apparentemente incurabile, soffre di una scarsa cura e di una presa in carico da parte delle istituzioni preposte.

«Quello che vediamo come semplici cittadini è un sistema bloccato vecchio privo di stimoli dove tutto sembra lasciato al caso – ha dichiarato Fp Cgil Novara -. Invece, chi cerca costantemente di curare il servizio sanitario nazionale e di prendersene cura è l’enorme popolazione delle lavoratrici e dei lavoratori che quotidianamente ci lavorano. Una popolazione che affronta da sempre gli errori di gestioni di organizzazione, ma che solo negli ultimi due anni ad occasione della pandemia è saltata agli occhi di tutti».

«La Fp Cgil Nazionale ha deciso di lanciare per l’autunno una grande mobilitazione per rivendicare risorse, assunzioni e il rilancio del servizio socio sanitario pubblico e la sua universalità. La Fp Cgil di Novara e Vco, vuole illustrare le ragioni della mobilitazione nazionale che, come quella che portò nel 1978 all’approvazione della legge istitutiva del servizio sanitario nazionale, dovrà avere alla base un’alleanza tra lavoratori, lavoratrici, pensionati e cittadini. Riteniamo imprescindibile far sentire forte e chiaro il punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici del servizio sanitario pubblico che anche nel Novarese e nel Vco hanno ripercussioni negative sulle condizioni in cui operano con le inevitabili ricadute, anch’esse non propriamente positive sulla qualità del servizio ai cittadini e alle cittadine».

«All’Ospedale Maggiore di Novara la nostra categoria territoriale chiede da tempo una seria riorganizzazione delle attività che tenga conto della precaria situazione in cui versa il personale, precarietà organizzativa peraltro preannunciata più volte alla direzione. Quest’anno gli operatori sanitari e sociosanitari, a causa di lentezze e incertezze nazionali, regionali e anche aziendali, per esempio con concorsi non svolti in sede o la confusione tra attività ospedaliere e territoriali, sono nuovamente in numero risicato, con lungaggini che rallentano le nuove assunzioni e con una nuova ondata covid che li sta decimando ulteriormente. L’abnegazione è tanta ma è tanta anche la fatica e la difficoltà (giustamente) di accettare la situazione per un personale più stanco, demotivato e privato delle risorse. Si garantiscono le attività saltando i riposi, lavorando 12 ore consecutive e, oltre al proprio orario, recuperando le liste d’attesa venendo continuamente spostati di reparto per coprire ferie e malattie senza tenere conto della professionalità ed esperienza acquisita. Questo crea caos e disagi non solo agli operatori che devono gestire a volte in un solo reparto pazienti afferenti a 3/4 unità diverse, ma anche e soprattutto ai pazienti, che giustamente premono alle porte dell’Ospedale, che è centro di riferimento per i cittadini del quadrante di Novara, Vco, Vercelli e Biella. I pazienti, se non trovano posto, vengono ricoverati (quando va bene), in un reparto d’appoggio dal quale verrà rispostato, con in più l’ulteriore problema della mancanza dei medici di riferimento in corsia. Si allargano anche le differenze di diritti e retribuzioni per le molteplici tipologie di contratti nazionali presenti: Agenzie interinali e Cooperative rendono il personale, soprattutto sanitario e sociosanitario, instabile. A fronte infatti dello stesso carico di lavoro e orario, un operatore di una cooperativa ha uno stipendio di almeno 500 € inferiore e ovviamente alla prima occasione cambia posto di lavoro. Criticità vi sono anche nel far fronte al bisogno di salute specialistico che un’Ospedale Hub dovrebbe offrire, anche in previsione delle ondate di covid future, con una mancata divisione delle competenze fra Ospedale Maggiore Hub specialistico, ed Ospedale Asl No Spoke di Borgomanero, con competenze di base. Nell’Asl di Novara e nell’Asl del Vco, nonostante la continua assunzione di personale, questa risulta spesso troppo a rilento per via di un reclutamento difficile su alcune figure professionali, ma soprattutto per una costante e quasi maniacale attenzione sui limiti massimi di spesa per le assunzioni che rappresenta la vera piaga. Quindi si assume troppo poco, oltre che per la lentezza burocratica con la quale vengono indetti i concorsi, anche per la mancanza di soldi nei fondi specifici che provocano la non sostenibilità delle assunzioni necessarie. Tra l’altro L’Asl di Novara è ancora quella che ha la quota capitaria più bassa fra tutte le Aziende Sanitarie Regionali mentre il Vco sta ancora aspettando di vedere concretizzate le scelte definitive, politiche e tecniche, sul nuovo/nuovi/ristrutturati presidi Ospedalieri e la conseguente riorganizzazione della sanità territoriale. Questa, dove si rivolge la maggior parte della popolazione per prestazioni ambulatoriali, oggi è scarsa, insufficiente con una frammentazione dei servizi di assistenza sul territorio di competenza. L’assenza dei medici di base e delle cure primarie è costante».

«La continuità assistenziale è spesso lasciata al caso causa anche l’incomunicabilità fra i vari enti. Perché la sanità non è solo “ospedale” ma una rete di servizi e assistenza che deve essere integrata e collaborante. Anche nelle due ASL le lavoratrici ed i lavoratori pubblici, ma anche quelli della sanità privata, stanno affrontando carichi di lavoro insostenibili causa anche l’assenza di una programmazione delle ferie adeguata, la mancanza dei riposi dovuti, l’impossibilità di seguire gli aggiornamenti professionali e soprattutto hanno la sensazione di essere pedine impazzite in un’sistema che non accenna a migliorare. La scarsità di personale pubblico e il non crescere in maniera adeguata del fondo sanitario nazionale favorisce anche nel nostro territorio l’aumento delle convenzioni con la sanità privata per le attività che il pubblico non riesce a soddisfare. Con l’effetto paradosso però che siccome le prerogative contrattuali del pubblico sono di miglior favore, spingendo le lavoratrici e i lavoratori, seppur pochi, verso il pubblico, si aumentano i carichi di lavoro dei dipendenti privati con la conseguente instabilità dell’equilibrio tra tempi di vita e lavoro e il rischio di più insicurezza operativa. La Proposta della FP CGIL: Per affrontare tutto ci sono due scadenze importanti: la legge di bilancio che compete al governo e la riorganizzazione del sistema di assistenza territoriale sanitaria, che spetta alle Regioni. E’ al governo e alle Regioni che la FP CGIL vuole indicare la propria agenda sul rilancio e sulla riforma del servizio sociosanitario a livello nazionale. Servono investimenti importanti nel fattore umano in termini di piano straordinario di assunzioni; investimentisulle competenze e sulla valorizzazione professionale; intervento che salvaguardi l’universalità del sistema pubblico come elemento di consolidamento della rete territoriale di assistenza. Questi grandi capitoli saranno determinati da quanto si investirà sul Fondo sanitario nazionale che si farà, ma anche da alcune decisioni importantisul tema dell’accreditamento, quindi del rapporto tra pubblico e privato nella gestione delle prestazioni, sul tema della riorganizzazione territoriale attraverso le case di comunità e delle cure intermedie, dall’assistenza domiciliare fino alla residenzialità sanitaria assistita. Non da ultimo, si pone il tema della valorizzazione del nuovo contratto collettivo nazionale della Sanità Pubblica che è stato di recente sottoscritto. Il contratto può essere un’opportunità anche di attrattività per tante ragazze e ragazzi d’investire nella loro formazione, quindi in un percorso formativo come professionisti della salute e nell’integrazione socio-sanitaria, ma a fronte anche di una rivalutazione del lavoro nel ciclo della salute».

«Se non si fa ciò riteniamo che ci sia un rischio per noi gravissimo: la forte spinta delle aziende a esternalizzare e a privatizzare la stragrande maggioranza dei servizi, come, per altro, sta già accadendo. Lo abbiamo visto prima sulle prestazioni Covid, adesso sull’abbattimento delle liste d’attesa. Il continuo ricorso alle strutture private sta portando fuori dal sistema pubblico intere aree di prestazione ai cittadini: ad esempio, la riabilitazione, che per quasi il 96% è gestita dal settore privato. Questo non solo non è un elemento di garanzia per i cittadini, ma è anche un elemento di dumping contrattuale per i lavoratori. Nel decreto che riordina la sanità territoriale,si parla di case e ospedali di comunità, si accenna alle infermiere di famiglia, ma in realtà di personale non si parla mai. C’è il rischio che all’interno di quelle strutture poi entrino con maggior presenza cooperative e privati, per altro con regimi contrattuali diversi da quello della sanità pubblica».

«Questa situazione – hanno concluso – crea il paradosso che verrà utilizzata la più grande mole d’investimenti pubblici, per ricostruire un pezzo di stato sociale importante, la sanità del nostro Paese, per determinare però profitti ai privati con un fortissimo rischio di aumentare la differenza di diritti e retribuzioni tra lavoratori stessi e di diritti tra cittadini. Il rischio di diverse tipologie di accreditamento del privato, o servizi in appalto, cambieranno la condizione rispetto alla continuità assistenziale che si potrà garantire. Ancora una volta, quindi, torniamo sulla dimensione della qualità dell’assistenza che è legata anche alla qualità del lavoro. Riteniamo, come Fp CGIL, che sia prioritario rifinanziare il Fondo sanitario nazionale partendo dai fabbisogni di salute della popolazione, programmando i servizi, programmando i fabbisogni e, in esito a questo, determinare l’entità del finanziamento. La pandemia dovrebbe averci insegnato una lezione molto importante: la salute non può essere mercificata né essere sottoposta alla logica del profitto. È un bene indisponibile al mercato e per questo va garantito dal servizio pubblico, e soprattutto va garantito in maniera universale, cioè a tutti i cittadini e le cittadine. Perché la salute non è una vertenza che riguarda soltanto le operatrici e gli operatori del sistema sanitario ma riguarda l’interesse generale della nostra comunità».

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