«Anche per il virus della guerra occorre trovare un vaccino»

Nel pomeriggio di Capodanno il tradizionale appuntamento con la Marcia della Pace della Comunità di Sant'Egidio conclusasi in questa occasione nel cortile del Castello

Il maltempo che ha caratterizzato tutta la giornata di ieri, domenica 1° gennaio, non ha impedito ad alcune centinaia di persone di partecipare ugualmente alla Marcia della Pace. Il tradizionale appuntamento di Capodanno promosso come sempre dalla Comunità di Sant’Egidio, in concomitanza con la 56a Giornata mondiale per la Pace, ha visto a Novara una novità nella sua location conclusiva, non più piazza Martiri, ma il vicino cortile del Castello Visconteo Sforzesco. A spiegarlo è stata la presidente piemontese della Comunità di Sant’Egidio, Daniela Sironi, ricordando che il maniero, «a partire dall’epoca napoleonica è stato un luogo di detenzione e nel corso dell’ultimo conflitto mondiale vi venivano rinchiusi gli oppositori al nazi-fascismo. Da qualche anno è diventato invece un luogo di cultura e di incontro. La nostra speranza è che in tante aree del mondo dove si combatte si possano trasformare in luoghi di speranza e di accoglienza».


Quello dell’accoglienza è stato uno dei temi nel momento conclusivo, dopo che il corteo, preceduto dalla banda di Castelletto Ticino, aveva lasciato piazza Cavour per il Castello. Nei successivi interventi quello della guerra è stato visto come un ulteriore flagello, «dopo che ci siamo lasciati alle spalle quella pandemia che ha monopolizzato per quasi due anni la nostra attenzione, ecco un’ulteriore guerra, in parte paragonabile al Covid, ma tuttavia guidata da colpevoli scelte umane. Il conflitto in Ucraina miete vittime innocenti, diffonde incertezza non solo per chi ne viene direttamente colpito, ma in maniera discriminata per tutti, anche per quelli che a migliaia di chilometri di distanza ne soffrono gli effetti collaterali». E le altre tante guerre, molte “dimenticate”, sono state rappresentate dai cartelli colorati indicanti ciascuno o un Paese teatro di un conflitto oppure un altro dove non sono riconosciuti i diritti umani. Ecco allora le scritte indicanti Libia, Siria, Afghanistan, ma anche Yemen, Sud Sudan, Somalia, Iran e altri ancora.


«Noi esprimiamo ciò che sente la gente comune – ha detto ancora Daniela Sironi – Nei Paesi in cui c’é violenza, terrorismo, ingiustizia, le persone comuni soffrono» e poi, citando il pontefice nel suo intervento nell’Angelus domenicale, ha voluto unirsi al grido di tutti i popoli: «No alla guerra, no al riarmo. Le risorse vadano a sviluppo, salute, alimentazione, educazione, lavoro. Questa Giornata mondiale della Pace che viviamo insieme alla marcia, gioiosa e allegra perché rappresenta il passo della pace. Abbiamo fiducia nella pace e riuscimo insieme a costruire nuove strade di pace per il mondo».


Poi il racconto diretto, la testimonianza di chi ha dovuto lasciare il suo Paese e a Novara ha potuto trovare accoglienza, dalle ucraine Olha Shakun e Svetlana Shevchenko, all’afghano Quadratullah, alla siriana Sennar per finire con il giovanissimo marocchino Hassan Ajermoun. Infine una nuova metafora pandemica: «Mentre per il Covid si è trovato un vaccino, per la guerra non si sono ancora trovate soluzioni adeguate. Certamente quello della guerra è un virus più difficile da sconfiggere, perché proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano».

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Luca Mattioli

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