“Siete voi qui, ser Brunetto?” Lo sguardo sbalordito di Dante nel ravvisare faticosamente in un “viso abbrusciato” le fattezze del suo maestro Brunetto Latini ha alimentato la perplessità di tanti commentatori, evidentemente imbarazzati nell’interpretare la posizione e il giudizio del poeta di fronte ai sodomiti. E’ lo stesso Brunetto, nudo sotto una pioggia di fuoco che rimanda alla punizione biblica della città di Sodoma, che definisce i suoi compagni di pena “lerci, turba grama, tigna”, eppure l’incontro si svolge in un clima di affetto e reciproca stima.

Per molti una condanna all’inferno che concilia umiliazione e dignità e che contiene un minimo di pietà è sconcertante, e per noi rivelatrice della persistenza di moralismo e pregiudizi o di ridicole forzature. E allora ecco che il canto XV dell’Inferno è stato tra quelli più riletti secondo le esigenze, le prospettive culturali dominanti e gli interessi di ogni tempo, avanzando le spiegazioni più strane o scomodando Platone e Freud. Oltre che antisemita e islamofobo, si è insinuato che Dante fosse omofobo, anzi no, è così tenero con ser Brunetto perché aveva gli stessi gusti; qualcuno è arrivato a negare che all’inferno ci siano i sodomiti; un altro ha parlato di sodomia spirituale (nel senso che la colpa sarebbe di aver tradito l’italiano per scrivere in francese); di sodomia non per scelta, ma di necessità.

Per un eccesso uguale e contrario Dante è invece osannato come libero pensatore, progressista dei più audaci, vale a dire gay friendly, aperto all’altro e femminista.

Evidentemente tanta gente ha letto un altro libro, perché per Dante e l’etica cristiana l’esercizio della sodomia è contrario al sesso finalizzato alla procreazione, condannato perché utilizzato come metodo di contraccezione. Sicuramente disprezzato, per quanto diffuso, nella forma di un sopruso esercitato sui giovani da chi gode di un prestigio intellettuale, economico o politico che sia.

Ma è un falso problema, perché il canto parla d’altro. Racconta dell’incontro emozionante tra un maestro, che si rivolge al suo discepolo chiamandolo “o figliuol mio”, e un allievo che gli dimostra rispetto, stima e profonda gratitudine, ricambiandolo con sentimenti filiali: nella sua mente “è fitta la cara e buona imagine paterna”.

E’ l’incontro tra due letterati, rinomati per il loro ingegno e le loro opere, che affidano alla letteratura il compito di diffondere cultura e valori.

Perché Dante è così grato a ser Brunetto? Cosa gli ha insegnato? E’ stato un maestro di impegno civile, lo ha spinto a “ben far”, a operare per il bene comune, a indirizzare anche dopo l’esilio la sua opera di intellettuale ad un intento civile ed etico, al bene della convivenza umana. E proprio per questo è a lui che Dante affida una profezia sul suo esilio e sul suo destino, un’esclusione che diventa per il poeta un attestato di benemerenza se lo allontana per sempre da quei fiorentini che il suo antico maestro definisce “ingrato popolo maligno”, selvatici e rozzi, “lazzi sorbi” tra cui non può fruttare un “dolce fico”, avari, avidi e superbi, “bestie fiesolane”.

Insieme a quella di Cacciaguida nel Paradiso è la profezia più densa di emozione e di nostalgia per persone e una città perdute, ma che garantisce futura gloria.

L’allievo ha sicuramente superato il maestro, ma la similitudine che chiude il canto, che vede Brunetto andarsene correndo come i partecipanti alla gara veronese del palio verde, lo inquadra, pur nell’atroce sofferenza, come un vincitore e non un perdente.

La vera modernità e autonomia intellettuale di Dante sono quelle che lo portano ad affrontare i pregiudizi, ad incontrarli, e fanno in modo che la rigida condanna morale lasci spazio ad un palpito di umanità ben superiore alla mediocrità di alcuni attuali dibattiti in termini di tolleranza e accettazione della diversità.

[Immagine: Amos Nattini, Illustrazione per il canto XV dell’Inferno. Casa Editrice Dante, 1939]

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