Domenica 27 Marzo 1300, siamo ancora nell’antipurgatorio ed è l’ora del tramonto, l’ora in cui il ricordo riaccende in chi è in viaggio il desiderio della patria lontana. L’incipit del canto VIII è tra i più celebri del poema:

“Era già l’ora che volge il disio /ai navicanti e ‘ntenerisce il core /lo dì c’han detto ai dolci amici addio; /e che lo novo peregrin d’amore /punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger che si more”

In due terzine Dante sa cogliere e trasmettere ai lettori le immagini e i sentimenti che più si collegano alla fine della giornata, in particolare la nostalgia per i luoghi e le persone lontane ed amate; la malinconia che punge il cuore, il ricordo degli amici, il suono di una campana.

L’esilio è il centro di questa narrazione e Dante sa bene di che cosa parla, ma la sua riflessione supera come sempre il piano storico personale e diventa voce universale e spirituale di ogni anima lontana dal Cielo.

Il poeta è con Virgilio nella ‘valletta dei principi’, una conca riparata e verdeggiante nella seconda balza dell’antipurgatorio, dove sono riuniti coloro che in vita, troppo assorbiti dalle cure dello Stato e dalla gloria mondana, hanno trascurato lo spirito: anche queste anime attendono di raggiungere la loro patria al termine dell’espiazione.

Tutte raccolte in preghiera, quella di compieta, invocano l’aiuto divino per tenere lontana la tentazione. E in risposta alla loro invocazione, due angeli vestiti di verde con in mano una spada infuocata allontanano una serpe che sinuosa striscia nel prato: una scena dal valore allegorico, che raffigura l’originario esilio dell’umanità dall’Eden a causa del peccato di Adamo ed Eva.

L’amarezza della lontananza torna nelle parole di Nino Visconti, un amico degli anni giovanili di Dante, che il poeta collega agli affetti e ai luoghi dai quali ora anche lui è bandito: nipote del conte Ugolino (fu lui a denunciare l’arcivescovo Ruggieri per l’atroce morte del nonno), aveva combattuto con Dante a Campaldino, poi fu esiliato da Pisa più volte in seguito a discordie famigliari e ripetuti tradimenti; morì in Sardegna, dopo aver chiesto che almeno il suo cuore fosse seppellito in terra guelfa, a Lucca.

Ma l’esilio per lui più umiliante è quello dall’animo della moglie che, rimasta vedova, si è risposata e non si è più ricordata di pregare per la sua anima.

Infine, ecco un altro incontro cruciale per il viaggio personale di Dante: le parole solenni ed eleganti di Corrado Malaspina formano una breve e minacciosa frase che contengono una data del destino: se il corso degli eventi non si arresterà, il Sole non tornerà sette volte nella costellazione dell’Ariete, vale a dire non trascorreranno sette anni, e il poeta chiederà ospitalità ai signori della Lunigiana.

La tristezza di un esilio senza ritorno può essere soltanto mitigata dall’orgoglio di sentirsi vicino e stimato da persone di gran pregio come i Malaspina, che Dante omaggia per la cortesia e la liberalità, valori una volta retaggio dell’umanità e che invece il mondo ha ormai smarrito.

Edward Said, scrittore cristiano di origine palestinese noto per la sua critica al concetto di Orientalismo, ci ricorda che la cultura moderna occidentale è in larga misura opera di esuli, migranti e rifugiati; qualche volta la letteratura ha anche creato eroici e romantici episodi di vita da esule, ma nel XXI secolo l’esilio non può essere esteticamente raccontabile. E per quanto tutti ci sentiamo orfani e alienati in un mondo tormentato e che non ci comprende, non possiamo dimenticare che è terribile da sperimentare la frattura tra un individuo e il luogo natìo.

E’ insanabile e spietata, perché spesso creata da essere umani per altri esseri umani, nell’indifferenza dei più.

[Immagine: Domenico Peterlin, Dante in esilio, 1861. Firenze, Palazzo Pitti]

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Claudia Cominoli

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