Qualche settimana fa hanno sottratto ad un amico l’identità di whatsapp, un illecito ormai sempre più diffuso e sfruttato per finanziamento al consumo o per attribuirci sui social pseudo – dichiarazioni. L’inconveniente mi ha ricordato che se Dante e i suoi contemporanei erano al riparo dal cascare in mail di phishing o dall’essere infettati da malware, il poeta destinerebbe comunque i cyber criminali a tener compagnia ai falsari nell’ottavo cerchio infernale, nella X bolgia.

Lì si rischia davvero l’assembramento, tra i falsari di parola che sudano copiosamente arsi dalla febbre, quelli di moneta che rimangono immobili e soffrono di idropisia, e i falsari di persona che corrono in preda a rabbia furiosa e addentano altri dannati.

Anche loro si trovano dunque in quella parte dell’inferno dove non c’è luogo per la pietà, ma solo per la natura spregevole e fastidiosa di una pena che fa il pari con la volgarità della colpa.

E’ un racconto ricco di contrasti, che vede insieme gli individui più disparati e anche una commistione di stili che spazia dai toni solenni del mito e della tragedia a quelli della beffa.

Emblema riuscito di questa mescolanza è il personaggio del maestro Adamo che falsificò i fiorini d’oro di Firenze, “la lega suggellata del Batista”, istigato dai Conti Guidi di Romena che Dante ben conosceva per essere stato loro ospite mentre scriveva il Purgatorio. I toni nostalgici e idilliaci con cui il dannato ricorda “li ruscelletti che d’i verdi colli / del Casentin discendon giuso in Arno”, rendendo ancora più tormentosa la sua brama di ”un gocciol d’acqua”, contrastano grottescamente con la forma di liuto che ha assunto la sua fisionomia per l’anomalo accumulo di liquidi nel suo ventre ingrossato.

Ma non è soltanto il suo aspetto che lo degrada ad un livello disumano: lui, che ha asservito la sua scienza alla frode, dà il peggio di sé in una feroce rissa con il greco Sinone, che aveva convinto i troiani a introdurre il cavallo in città. Tra i due è un continuo scambio di percosse, rinfacci e aspre parole di spergiuri: Sinone “col pugno li percosse l’epa croia. / Quella sonò come fosse un tamburo”, e Maestro Adamo “li percosse il volto / col braccio suo che non parve men duro”.

Dante, che non è da meno quando si deve cimentare in una tenzone comica, dimentica il suo ruolo e si appassiona alla rissa, così da meritarsi l’ira e il rimprovero di Virgilio.

Nobiltà e miseria, che fanno parte della natura umana, sono però accostate fin dall’inizio del canto, quando due figure rabbiose scatenano la loro furia idrofoba su un altro dannato: due ombre smorte e nude, alterate nell’animo e nei movimenti, la cui frenesia è tragicamente paragonata alla follia di Ecuba, disperata per la morte del prediletto Polidoro; ma subito dopo vengono assimilati alla foga di un “ porco quando del porcil si schiude”. Sono Gianni Schicchi e Mirra, che mettono in scena beffa e tragedia: il primo si finse un altro sul letto di morte, e ci riuscì talmente bene da ingannare notaio e testimoni per falsificare il testamento a favore di un amico, senza dimenticarsi di lasciare a se stesso la miglior mula di Toscana, case e mulini; l’altra è la figlia del re di Cipro, che arse d’amore per il padre e si unì a lui fingendosi un’altra donna (il frutto di questa passione incestuosa saranno il bellissimo Adone e la trasformazione in pianta della fanciulla).

Non c’è differenza nell’aldilà di Dante tra un burlone fiorentino e un’eroina del mito. Dovremo attendere i versi di Alfieri per scendere nel profondo della coscienza di Mirra e vivere con lei il conflitto tra una passione sconvolgente e insopprimibile e la legge morale, e per sentirla rimpiangere di non essere morta prima che si svelasse il suo segreto.

La straordinaria musica di Puccini invece, trasformerà Gianni Schicchi da tremendo falsario a simpatico furbetto, chiedendo venia al Sommo Poeta:

“Per questa bizzarria mi han cacciato all’inferno…così sia; ma con licenza del gran padre Dante, se stasera vi siete divertiti, concedetemi voi…l’attenuante”

[Immagine: W. A. Bouguereau, Dante e Virgilio all’inferno (Gianni Schicchi e Capocchio). Museo d’Orsay. 1850]

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