Avanzare tra i peccatori sulle cornici del purgatorio è per Dante l’occasione di mettere in scena la sua storia personale, di riflettere sugli errori da superare in vista di una felicità futura, ma anche su valori e affetti da mantenere Dalla rubrica Andate all'Inferno

Avanzare tra i peccatori sulle cornici del purgatorio è per Dante l’occasione di mettere in scena la sua storia personale, di riflettere sugli errori da superare in vista di una felicità futura, ma anche su valori e affetti da mantenere. Il filo rosso che guida questo percorso è spesso quello dell’amicizia, il sentimento che ci porta nel nostro cammino terreno a condividere gioie, dolori e smarrimenti con chi ci è indissolubilmente legato per scelta: non un vincolo di sangue, ma di elezione.

Il 23° è un canto di struggente bellezza, proprio perché consacrato all’amicizia: dolcezza e malinconia si alternano e si fondono nel cuore di Dante, che sulla sesta cornice immagina di incontrare una tra le persone a lui più vicine nella sua vita giovanile, Forese Donati.

Il peccato che si espia è quello della gola e la rappresentazione della pena è tra le più crude e degradanti, proprio per la materialità della colpa: chi in terra era grasso per il troppo mangiare è ora ridotto ad una sconvolgente magrezza; chi un tempo si è ingozzato non per necessità, ma per ghiottoneria e smodata ingordigia ora è distrutto da fame e sete; non solo, è anche tormentato: le anime sono costrette a transitare in continuazione davanti ad un albero carico di frutti succosi e profumati, ‘soavi e buoni’, le cui fronde sono rinfrescate da un getto di acqua cristallina. Impossibile raccogliere i frutti e dissetarsi.

Lo spettacolo che si offre a Dante è terribile: le sagome sono ridotte a pelle squamosa che riveste le ossa, squallide larve i cui occhi sono talmente infossati nelle orbite per la magrezza del volto, da sembrare ‘anella sanza gemme’. Anelli con i castoni vuoti.

Sembra di essere di fronte alle vittime di una carestia o alle immagini di un Trionfo della Morte della pittura medievale. È la rappresentazione di una realtà svilita, di un corpo stravolto per aver trascurato la parte spirituale.

Dante è distolto dall’orrore da un grido misto di meraviglia e di affetto: ‘Qual grazia mi è questa?’

Soltanto il suono della voce, colma di stupore e di amore, permette al poeta di ricomporre su una faccia deformata le fattezze dell’amico: ‘ne la voce sua mi fu palese / ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. / Questa favilla tutta mi raccese / mia conoscenza a la cangiata labbia, / e ravvisai la faccia di Forese’.

Forese è pazzo di gioia nel rivedere Dante, quest’ultimo è addolorato per la penosa condizione dell’amico, dopo aver già provato tanta sofferenza quando lo ha visto sul letto di morte. Ma il tono affettuoso delle loro parole comunica l’emozione del ritrovarsi, dei ricordi della gioventù, quelli buoni e quelli di una vita di traviamento che hanno condiviso.

I due sono stati protagonisti di una tenzone letteraria, una gara di insulti in rima in cui se le sono dette di santa ragione, come solo tra amici si può fare: Forese ne è uscito con l’immagine di un poveraccio che pensa solo a mangiare e non riesce a soddisfare la moglie, che sente freddo nel letto; Dante con quella di un vigliacco che non è in grado di difendere la reputazione del padre, morto con la fama di usuraio e debitore insolvente.

Adesso è un continuo e urgente sovrapporsi di domande, con naturalezza e famigliarità colgono l’occasione per vivere insieme il rimorso, per restituire alla vedova Nella la sua dignità di sposa devota che prega per l’anima del marito.

A noi Dante regala la forza di una speranza: quella di una amicizia che può durare oltre la morte, quella di poter rivedere un giorno gli amici che non ci sono più e che, andandosene, hanno portato via pezzi del nostro cuore.

[Immagine: P. Brueghel il Vecchio, Il paese di Cuccagna, 1567. Monaco, Alte Pinakothek]

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Claudia Cominoli

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