C’è un rumore di fondo che accompagna spesso le iniziative del comitato “Remigrazione e Riconquista”: è il rumore delle piazze che si dividono, delle contromanifestazioni, dei cordoni di polizia. È successo nei giorni scorsi a Genova Torino, La Spezia, Bari, Piacenza, Bolzano e tante altre città in Italia dove l’arrivo della raccolta firme per la legge di iniziativa popolare (che propone, tra l’altro, il rimpatrio forzato degli stranieri e lo stop alle Ong) ha trovato la risposta immediata delle sigle della società civile, scese in strada per dire “no” a quella che definiscono una deriva xenofoba.
Oggi quel gazebo arriva a Galliate. E il rumore, improvvisamente, cessa. A colpire, in queste ore, è l’assordante silenzio che avvolge l’iniziativa. Nessuna nota, nessun presidio, tutto tace, come se l’evento fosse una normale attività di routine politica e non la manifestazione di un gruppo portatore di istanze radicali, che fa capo a sigle come CasaPound e Rete dei Patrioti.
Questa “strategia dell’indifferenza” – se di strategia si tratta, volta forse a non regalare visibilità mediatica agli organizzatori – rischia però di apparire come pericolosa indifferenza nei confronti di un’iniziativa portata avanti da sigle della destra estrema, ma anche da uomini e donne delle istituzioni, come il consigliere comunale di Fdi Domenico Larné, firmatario nazionale della proposta del comitato.
Nessuno mette in discussione il diritto costituzionale del comitato di raccogliere firme o esprimere le proprie idee, per quanto estreme. È il sale della democrazia, ma la democrazia si nutre anche di anticorpi, di dialettica, di risposte politiche, soprattutto di fronte a slogan che evocano le pagine più buie della storia del continente. Il rischio è che questo silenzio venga interpretato non come una superiore indifferenza, ma come una tacita assuefazione. Lasciare che parole d’ordine come “Riconquista” o “Remigrazione” risuonino nel vuoto pneumatico della politica locale significa, di fatto, normalizzarle. La democrazia vive di confronto e di visioni contrapposte: se una parte occupa la piazza con messaggi radicali e l’altra sceglie di non esserci, di non rispondere e di non argomentare, quel messaggio diventa l’unica voce udibile. E in questo scenario, l’assenza di una reazione politica e civile finisce per fare quasi più rumore degli slogan stessi.







