Vale la pena soffermarsi su un tema attuale ma anche curioso: l’ambiguità alimentare delle parole, quella zona grigia in cui nome, forma e contenuto non coincidono del tutto. Un territorio in cui il linguaggio gastronomico si dilata, si reinventa e, qualche volta, ci lascia sospesi tra ciò che è e ciò che richiama. Viviamo in un momento storico in cui la cucina è laboratorio, ibridazione, racconto. E così capita sempre più spesso di imbattersi in prodotti che rimandano a un archetipo, ma se ne discostano nella sostanza.
Salame di cioccolato: la metafora golosa
Il salame di cioccolato è forse il caso più innocuo e affettuoso. Richiama il mondo dei salumi nella forma ma resta fermamente un dessert. Un esempio limpido di metafora culinaria: nessuno lo scambia davvero per un insaccato, e il gioco linguistico resta chiaro e comprensibile.
Surimi: identità dichiarata e identità percepita
Il surimi invece vive in una dimensione più complessa: presenta se stesso come “granchio”, o meglio, come qualcosa che a esso assomiglia. Nella realtà, è pesce triturato e aromatizzato per evocare il crostaceo. Non c’è inganno volontario, solo una differenza significativa tra nome, immaginario e composizione.
Carpaccio di zucchine: quando un nome diventa uno stile
“Carpaccio” nasce come tributo alla carne cruda, ma oggi il termine è migrato verso un significato più ampio: fettine sottili, crude, condite. Il carpaccio di zucchine non mente: semplicemente utilizza una parola che nel tempo ha assunto un valore stilistico, più che strettamente gastronomico.
Tartare di frutta: l’estetica come guida
La tartare di frutta opera nella stessa direzione. Nessuna imitazione della carne, ma un rimando a una tecnica – taglio minuto, presentazione compatta – applicata a un altro contesto. Un modo per nobilitare una preparazione semplice attraverso un riferimento tecnico.
Salsiccia di pesce: l’ibrido consapevole
La salsiccia di pesce è un esempio di trasposizione formale: mantiene la forma, l’insacco, l’utilizzo in cucina, ma trasferisce il contenuto nel mondo ittico. Un’ibridazione legittima, che richiama una tradizione per reinterpretarla con altre materie prime.
Birra analcolica e vino dealcolato: due destini opposti
Se c’è un territorio in cui l’ambiguità diventa anche culturale, è quello delle bevande. La birra analcolica è ormai ampiamente accettata: nessuno si scandalizza del fatto che porti il nome “birra” pur senza alcol. La sua identità sembra basarsi su stile, gusto e processo, più che sul grado. Diverso, molto diverso, il caso del vino dealcolato. Pur essendo tecnicamente un vino da cui l’alcol è stato rimosso, fatica a trovare una legittimazione gastronomica e culturale. Qui l’ambiguità non è nel prodotto, ma nella percezione: la parola “vino”, per tradizione, sembra non tollerare varianti troppo radicali. Un esempio illuminante di quanto il significato gastronomico di una parola possa essere più rigido dell’evoluzione tecnologica.
Patatine che patatine non sono
A completare il quadro, ma dimentico certo qualcosa, la famiglia affollata delle patatine industriali, che di “patata” mantengono spesso più l’icona grafica che la sostanza. In molti casi non sono fette di tubero fritte, ma impasti di sfarinati, fecole, aromi e insaporitori, plasmati nella forma di una patatina ideale. Un’altra dimostrazione che il consumatore compra spesso un simbolo – la “patatina” – più che un prodotto agricolo trasformato.
Una piccola conclusione
Tutti questi esempi, diversi tra loro, mostrano come il cibo sia anche linguaggio, rappresentazione, convenzione. La distanza tra nome e contenuto può essere minima, innocua, culturalmente accettata, oppure generare discussioni, resistenze e ridefinizioni. Nel gioco continuo tra ciò che un alimento è e ciò che promette di essere, possiamo leggere l’evoluzione delle nostre abitudini, delle nostre aspettative e della nostra stessa relazione con il cibo.




