Il Carnevale da poco concluso è, da sempre, il tempo della finzione e della maschera: un momento sospeso in cui l’identità quotidiana viene messa da parte e l’individuo può diventare altro da sé.
Alla fine della festa, quando le maschere cadono, resta una domanda: chi siamo davvero senza finzione? Siamo unici o una pluralità di possibilità?
O forse la finzione è una fuga dalla realtà, una maschera che indossiamo per sopravvivere e non mostrare l’egoismo invincibile che avvelena l’intera specie umana. La felicità sembra infatti racchiusa in un ghigno di cartapesta, falso come qualsiasi travestimento.
Vent’anni fa m’ammascherai pur’io.
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch’è restata
sempre co la medesima espressione,
sempre co la medesima risata.
‘Na vorta je chiesi: “Beh, come fai
a conzervà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai,
felice te, che vivi senza còre”.
La Maschera arispose: “E tu che piagni,
che ce guadagni? Gnente, ce guadagni.
Ché la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma in fonno, credi, nun je ‘mporta un cavolo.
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso
e, si te pija la malinconia,
coprite er viso co la faccia mia,
così la gente nun se scoccerà…
Da allora in poi, nasconno li dolori
de dietro a un’alegria de cartapista
e passo per un celebre egoista,
che se ne frega de l’umanità.
Trilussa, La maschera (fine XIX secolo)







