Il rito del 25 novembre si è da poco concluso, con il suo corredo di panchine e scarpe rosse, di flash mob e di post che inondano i nostri profili social. Anche se poi la realtà non smette di presentarci vite spezzate e proprio sui social compaiono commenti di inaudita ferocia.
Gran parte della violenza contro le donne infatti, nasce e si diffonde con le parole, ancora troppo spesso strumento di stereotipi di genere e di umiliazione.
Basterebbe pensare che una parola gentile è il primo gesto d’amore, e che una poesia può contrapporsi ad un’idea distorta di relazione.
Edoardo Sanguineti ci ricorda che la donna è portatrice di gioia e di pace, genera e custodisce la vita e il suo senso più profondo.
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
E. Sanguineti, La ballata delle donne, in Il gatto lupesco. Poesie 1982 – 2001.




