Francesco 800, al Sacro Monte di Orta arte ed economia per rileggere l’eredità del santo

A ottocento anni dalla morte di san Francesco, il Sacro Monte di Orta torna a interrogarsi sull’eredità del santo di Assisi e, soprattutto, su come un patrimonio nato secoli fa possa continuare a parlare al presente. Arte contemporanea, economia civile, spiritualità e rapporto con le comunità sono stati al centro del convegno “Francesco 800 – Visioni tra arte, economia e spiritualità”, che si è svolto venerdì 2 ottobre al San Rocco di Orta San Giulio.

Un luogo non casuale. Il Sacro Monte di Orta, interamente dedicato alla vita di san Francesco, è stato più volte richiamato durante la giornata come una sorta di “seconda Assisi”. «Anche questo luogo ha una valenza particolare – ha ricordato Piercarlo Rossi, presidente dell’Istituto universitario di studi europei dell’Università di Torino – perché in passato i pellegrinaggi avevano necessariamente percorsi più limitati». Il complesso ortese consentiva dunque di avvicinarsi alla storia e alla spiritualità francescana attraverso un itinerario costruito per immagini e luoghi.

Ma proprio il rapporto fra questo patrimonio e chi oggi vive il territorio è stato uno dei temi emersi con maggiore forza. Francesca Giordano, presidente dell’Ente di gestione dei Sacri Monti, ha ricordato il lavoro avviato anche sul fronte delle risorse regionali per recuperare anni di difficoltà nella gestione dei complessi piemontesi. L’accentramento della gestione, ha spiegato, ha permesso di garantire una tutela omogenea, ma ha avuto anche una conseguenza: «La rappresentatività del territorio è venuta a mancare e si è creato uno scollamento con le comunità locali».

Un rapporto che ora l’Ente vuole ricostruire. «Si è pensato alle manutenzioni, ma non a ricreare i rapporti che esistevano con le comunità. Quello che cerchiamo di fare oggi è creare una rete per ogni Sacro Monte», ha sottolineato Giordano.

È proprio su questa idea di patrimonio vivo che si è innestato il confronto sull’arte e sui nuovi linguaggi. Marina Feroggio, direttrice dell’Ente di gestione dei Sacri Monti, ha invitato a guardare al Sacro Monte di Orta non soltanto come luogo religioso, artistico, architettonico e naturalistico, ma come a un vero «paesaggio culturale», nel quale natura, arte e comunità si fondono.

I Sacri Monti, ha spiegato, sono patrimoni da conservare, ma nello stesso tempo devono essere capaci di confrontarsi con le nuove dinamiche della società. «Sono patrimoni che appartengono alla comunità e assumono significato se le persone sono al centro e possono viverli». Da qui la necessità di immaginare nuove forme di fruizione, capaci di permettere a pubblici diversi di trovare un proprio modo di entrare in relazione con questi luoghi.

Una domanda raccolta da Michelangelo Toma dell’Università di Torino: realtà nate secoli fa possono svilupparsi nella contemporaneità? E come può un bene comune collettivo tornare al centro del discorso, raggiungendo anche persone che magari non hanno mai avuto occasione di conoscerlo?

Una “ventunesima cappella” tra videoarte e natura

Una possibile risposta passa dall’arte contemporanea. Il progetto “Francesco 800 – Visioni attraverso la Natura”, presentato dal visual artist Silvio Giordano, nasce dall’idea di mettere in dialogo le sculture storiche del Sacro Monte con una serie di visioni poetiche dedicate alla natura, agli elementi e al creato, ispirate al Cantico delle Creature. Non una narrazione didascalica della vita di Francesco, ma un’esperienza costruita attraverso immagini, luce, suono e movimento, mantenendo come riferimento lo spirito contemplativo dei Sacri Monti.

Il progetto si lega in particolare alla ventunesima cappella del Sacro Monte, rimasta incompiuta dal 1795. È qui che il linguaggio contemporaneo potrebbe inserirsi non per completare materialmente ciò che non è mai stato terminato, ma per offrire una nuova possibilità di lettura dello spazio e dell’intero percorso francescano.

«Nel 2026 si può realizzare la ventunesima cappella con una videoinstallazione? Noi pensiamo di sì», ha spiegato Toma. L’idea è utilizzare proprio ciò che già esiste – aperture, fori e fessure degli spazi – trasformandolo in una sorta di soglia tra la materia delle sculture e le immagini.

Attraverso queste aperture il visitatore potrebbe intravedere acqua, sole, luna, uccelli e altri elementi della natura, insieme ai simboli della spiritualità francescana. Ma anche le stesse sculture del Sacro Monte verrebbero mostrate da prospettive normalmente inaccessibili al pubblico, attraverso riprese ravvicinate e punti di vista inediti: un modo, nelle intenzioni del progetto, per fare in qualche modo «tornare a respirare» la materia antica attraverso il linguaggio della videoarte.

L’installazione immaginata da Giordano prevede un sistema di proiezioni nel quale le riprese delle sculture dialogano con quelle che l’artista definisce “poetroniche”: acqua che scorre, cielo, sole e luna, animali, luce e fuoco, fino alle ferite che diventano luce nel richiamo alle stigmate. Immagini che non hanno il compito di illustrare ciò che già raccontano le cappelle, ma di costruire una relazione emotiva con esse.

È su questo terreno che il progetto pone una questione più ampia, emersa più volte durante il convegno: come rendere contemporaneo un patrimonio senza snaturarlo? E, soprattutto, come fare in modo che luoghi nati secoli fa dalla devozione popolare tornino a essere percepiti come un bene comune anche da chi oggi non possiede più necessariamente le categorie religiose e culturali con cui furono concepiti?

Da Francesco ai Monti di Pietà: il paradosso dell’economia francescana

Una domanda che ha trovato una diversa declinazione nell’intervento di Luigino Bruni, docente dell’Università Lumsa di Roma, dedicato a “Francesco d’Assisi e le radici dell’economia del bene comune”.

Bruni, che ha ricordato la propria collaborazione con papa Francesco sui temi economici, è partito dalla necessità di recuperare gli strumenti culturali indispensabili per comprendere luoghi come i Sacri Monti. «Dovremmo reintrodurre la storia della Chiesa e della teologia, perché altrimenti perdiamo il contatto con i Sacri Monti e con i musei». In una società ormai post-cristiana, ha osservato, diventa infatti sempre più difficile decifrare un patrimonio nato dalla pietà popolare e da un’esperienza religiosa che, per le persone dell’epoca, aveva un significato autentico e immediato.

Lo stesso Francesco, ha sottolineato Bruni, rischia di essere interpretato attraverso categorie contemporanee che poco hanno a che fare con il suo tempo. «Noi sappiamo molto poco di Francesco», ha ricordato, sottolineando quanto sia difficile comprendere oggi che cosa significasse realmente per lui la povertà.

La sua scelta fu radicale, fino al rifiuto del denaro e della proprietà. E proprio da quella radicalità nasce uno dei grandi paradossi della storia economica francescana. Nel giro di pochi decenni i francescani diventarono infatti protagonisti della riflessione sull’economia e sull’uso della moneta: proprio perché per loro il denaro non poteva essere utilizzato, dovevano comprenderne il funzionamento per il resto della società.

Un percorso che nei secoli successivi avrebbe contribuito alla nascita dei Monti di Pietà, sviluppatisi nel Quattrocento come strumenti di credito e di contrasto all’usura e considerati tra le esperienze che anticiparono alcune caratteristiche delle banche moderne. Una storia apparentemente contraddittoria: dalla povertà radicale di Francesco nasce una scuola di pensiero che si interroga sul funzionamento del denaro e sul modo in cui l’economia possa essere posta al servizio della comunità.

Ed è proprio dal rapporto tra economia e bene comune che si è sviluppata la seconda parte del convegno, con Paolo Alessandro Bonazzi, consigliere dell’Istituto universitario di studi europei e presidente di Namira Sgr, chiamato a guidare il confronto tra mondo accademico, impresa e realtà impegnate sul terreno sociale.

Bonazzi ha moderato il panel “Economia civile e modelli d’impresa: i casi di Banca d’Alba e A2A”, nel quale la riflessione teorica sull’economia civile è stata messa alla prova di due esperienze aziendali. Al confronto hanno partecipato Michele Rosboch dell’Università di Torino, Enzo Cazzullo, direttore generale di Banca d’Alba, e Mauro Ghilardi, Chief People and Transformation Officer di A2A.

Un passaggio che ha portato il tema del bene comune fuori dalla sola dimensione storica e spirituale, per interrogarsi su come principi quali responsabilità sociale, attenzione alle persone e rapporto con i territori possano entrare concretamente nei modelli d’impresa.

A Bonazzi è stata affidata anche la conduzione della successiva tavola rotonda “Dottrina sociale ed economia del bene comune”, che ha allargato ulteriormente il confronto attraverso esperienze provenienti dal mondo dell’impresa e del sociale. Sono intervenuti Patrizia Giangualano, consigliera indipendente di società quotate; Marco Marcitilli, presidente della Fondazione B.live e di Lombardini22; Marcello Gallo, presidente di RiDiamo; e Juri Nervo della Casa di Carità Arti e Mestieri.

Due momenti consecutivi nei quali il filo conduttore è rimasto quello che attraversa l’intera iniziativa: partire dalla radicalità francescana non per riproporre un modello economico appartenente al passato, ma per chiedersi quale spazio possano avere oggi il bene comune, la responsabilità e la dimensione sociale all’interno dell’economia contemporanea.

Le conclusioni sono state affidate a Markus Krienke dell’Università della Svizzera italiana, Davide Maggi dell’Università del Piemonte Orientale e fra Maggiorino Stoppa dell’Ordine francescano dei Minori.

La giornata, aperta dai saluti di Giordano, Karin Reisova, presidente di Areacreativa42, Aldo Fumagalli, presidente di Ucid Lombardia, Rossi e del sindaco di Orta San Giulio Giorgio Angeleri, vuole essere anche il punto di partenza di un percorso destinato a proseguire: l’intenzione emersa è quella di costruire un appuntamento annuale sui temi del bene comune e dell’economia civile, coinvolgendo soggetti capaci di tradurre la riflessione in progetti concreti.

Un obiettivo che trova nel Sacro Monte un terreno particolarmente significativo: non soltanto un monumento da conservare, ma un patrimonio da restituire alla comunità. Un concetto richiamato anche dal sindaco Angeleri parlando del rapporto tra uomo, ambiente e conoscenza: «Il futuro possibile siamo noi». E proprio il lago d’Orta, un tempo gravemente compromesso e poi recuperato grazie all’intervento umano, rappresenta secondo il sindaco la dimostrazione di come scienza e conoscenza possano contribuire a cambiare il destino di un territorio.

Il convegno è stato realizzato con il contributo della Fondazione Alberto Giacomini, della Fondazione Comunità Novarese, del Comune di Orta San Giulio e della Camera di Commercio.

© 2026 La Voce di Novara
Riproduzione Riservata

Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore