Sanità, il “modello Piemonte” in Puglia? Il Veneto lo faceva già nel 2018

L'assessore regionale esulta perché il neo governatore Decaro apre gli ambulatori di sera, ma i suoi compagni di partito a Bari lo criticano. E il modello già esisteva

C’è una grafica che sta girando nelle chat dei giornalisti e sui social, diffusa dall’assessore alla Sanità piemontese Federico Riboldi, in quota Fratelli d’Italia. Il messaggio è chiaro: il Piemonte ha fatto scuola e ora la Puglia guidata da pochi giorni da Antonio Decaro – tra i nomi di punta del Pd – prende ispirazione da quello che al Grattacielo viene chiamato “modello Piemonte”, aprendo gli ospedali di sera e nei weekend per abbattere le liste d’attesa. Tutto bene? Non proprio. Perché se si gratta sotto la superficie della propaganda, emergono un cortocircuito politico interno al partito di maggioranza relativa e qualche dimenticanza storica non da poco. 

Il primo dato che salta all’occhio è la schizofrenia politica. Mentre da Torino Riboldi rivendica la “paternità” della misura adottata da Decaro, i suoi colleghi di partito a Bari dicono l’esatto opposto. In Puglia, infatti, il gruppo regionale di FdI ha accolto la mossa di Decaro con le barricate, accusandolo di «buone intenzioni ma scarsa conoscenza del sistema sanitario». Insomma, la stessa misura è una “rivoluzione vincente” se applicata sotto la Mole, ma diventa “fumo negli occhi” se applicata sul lungomare di Bari. Una mossa tattica, quella di Riboldi, che prova a intestarsi il successo altrui, ma che si scontra con la la linea dei suoi stessi compagni di partito al sud.

È davvero il Piemonte, infatti, l’inventore delle visite in notturna? La narrazione del modello Piemonte come pioniere assoluto scricchiola di fronte al calendario. Già nel 2018, ben prima della pandemia e dell’era Riboldi, l’ex governatore del Veneto Luca Zaia (Lega) lanciava il progetto “Ospedali aperti”, portando macchinari e medici a lavorare in fasce serali e festive. Lo stesso vale per l’Emilia-Romagna, che da anni gestisce accordi sindacali per la “produttività aggiuntiva”. Quello che oggi viene venduto come un’invenzione sabauda è, in realtà, l’applicazione di strumenti tecnici già presenti e codificati politicamente in ritardo rispetto ad altre regioni del nord.

C’è poi un terzo “convitato di pietra”: il governo nazionale. Le regioni, Piemonte e Puglia incluse, si stanno muovendo nel solco tracciato dal decreto legge “Salva Liste” (il n. 73 del giugno 2024), voluto dal ministro Schillaci. È stata Roma ad abilitare strumenti per estendere l’offerta anche in fasce serali e festive, stanziando fondi per detassare gli straordinari dei medici. Decaro, insomma, più che copiare Riboldi, sta applicando una legge dello Stato varata dal governo di centrodestra. La stessa legge che il Piemonte sta usando per finanziare il suo piano per il quale i fondi sono stati consumati in soli due mesi.

Al di là della battaglia su chi ha piantato per primo la bandierina, resta la realtà vissuta dai cittadini. Nonostante gli annunci sui 50.000 esami extra e le “notti bianche” della sanità, i dati della Piattaforma nazionale raccontano un’Italia (e un Piemonte) a due velocità. Se le urgenze vengono spesso garantite tra alti e bassi, per le prestazioni con priorità differibile o programmabile, i tempi restano biblici, con attese che nel novarese e in regione superano ancora i 300 giorni. Il “modello”, copiato o originale che sia, ha dunque ancora molta strada da fare prima di trasformarsi in un servizio che risponda davvero ai bisogni dei pazienti.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore