Il 24 febbraio 2022 per molti italiani rappresenta una data di cronaca internazionale. Per la comunità ucraina di tutto il mondo, compresa quella di Novara, è un prima e un dopo. Quattro anni fa la spregevole invasione da parte della Russia ha spezzato vite, diviso famiglie, spinto migliaia di persone a cercare rifugio anche in Piemonte. Oggi quella presenza silenziosa è diventata una comunità più numerosa, forse meno visibile, ma sicuramente più segnata.
A guidarla, tra Piemonte e Valle d’Aosta, è padre Yuriy Ivanyuta, il sacerdote ucraino che in questi anni ha fatto da punto di riferimento spirituale, ma spesso anche umano e psicologico, per chi è arrivato con una valigia e una guerra nel cuore.
«La ferita non si è chiusa – racconta – si impara a conviverci».
Quattro anni sono un tempo lungo. Abbastanza per cambiare una comunità, per ridisegnare le geografie familiari, per trasformare una presenza discreta in una diaspora stabile. «Siamo diventati più solidali tra di noi, più aperti alla collaborazione reciproca – spiega -. All’inizio molti pensavano di rientrare presto. Si interessavano poco della vita qui. Poi hanno capito che probabilmente resteranno».
I numeri raccontano questa trasformazione: oggi in Piemonte vivono circa 15 mila ucraini, circa 500 in Valle d’Aosta. Nel novarese si contano circa 4.200 persone, la più grande della regione, di cui 1.300 in città; nel Verbano Cusio Ossola sono circa 2.000. Una presenza significativa, distribuita in 13 comunità che padre Yuriy segue insieme ad altri quattro sacerdoti. «Siamo in cinque. Io mi occupo di Borgomanero, Arona, Verbania… È un lavoro continuo».
Nei primi mesi della guerra l’ondata di solidarietà fu imponente. Parrocchie, famiglie, associazioni mobilitate per accogliere. «Da due anni – osserva – siamo entrati in una fase più organizzata, più ragionevole. Ci sono ancora volontari italiani che aiutano. E noi continuiamo a raccogliere fondi, soprattutto per acquistare ambulanze». Perché, anche se le notizie fanno meno rumore, la guerra continua.
Le famiglie restano spesso spezzate. «È difficile distinguere dove finisce l’immigrazione e dove inizia la fuga dalla guerra. Chi ha bambini difficilmente torna indietro». I più piccoli, in particolare, vivono questa condizione in modo diverso dagli adulti. «Per loro è una storia di immigrazione. Molti non ricordano neppure di essere scappati. Sono cresciuti con la guerra, la normalizzano più degli adulti».
Anche tra gli stessi ucraini la guerra rischia di diventare una presenza costante, quasi anestetizzata. «C’è chi ha smesso di leggere le notizie, ma continua ad aiutare. E c’è chi non riesce più a seguirle perché non si capisce cosa stia davvero succedendo». Lui stesso ammette una certa stanchezza: «Sono stanco di illudermi».
Eppure, in questi anni, la fede è rimasta un punto fermo. «Sono prima di tutto un prete, perché è la fede che mi indica la strada». Nei momenti di sofferenza più intensa, quando «tutto sembra cadere», è proprio lì che trova stabilità. La guerra, dice, non si combatte solo sul fronte: si combatte dentro le persone, nelle paure, nelle attese, nelle telefonate notturne.
Quanto al futuro, padre Yuriy non si concede facili previsioni. «La maggioranza ormai vive qui. Sono passati quattro anni: molti resteranno». E lui? «Vedremo. Non lo so».
Quando gli chiediamo se il 24 febbraio sarà un giorno di memoria o di attesa, lui risponde: «Sarà un giorno di lutto. Niente manifestazioni pubbliche. «Non me la sento», confessa. Questa mattina (domenica, ndr) dopo la messa delle 11, nella chiesa della Madonna del Carmine, saranno i bambini a portare in scena uno spettacolo dedicato alla guerra e alla pace. Un modo diverso, forse più silenzioso, per ricordare.
Quattro anni dopo, la guerra continua a essere una ferita aperta. Ma vicino al dolore, c’è una comunità che ha imparato a reggersi in piedi, a organizzarsi, a restare. Non più solo ospite, non ancora del tutto lontana da casa. In equilibrio fragile tra memoria e futuro.







