Autismo, a Novara diagnosi da record ma il sistema frena sulle terapie: l’appello dei medici

Riconoscere i segnali prima possibile per poter intervenire quando il cervello del bambino è ancora altamente plastico e recettivo. È questa la sfida quotidiana affrontata dalla Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale Maggiore e dall’Asl di Novara. In occasione della giornata internazionale dell’autismo, che verrà celebrata il 2 aprile, le strutture sanitarie novaresi tracciano un bilancio del loro operato, mettendo in luce un’eccellenza diagnostica che si scontra, purtroppo, con i limiti cronici delle risorse pubbliche per i trattamenti a lungo termine.

I numeri dello spettro autistico e l’importanza del fattore tempo

I disturbi dello spettro autistico (ASD) – caratterizzati da deficit nella comunicazione, nell’interazione sociale e da comportamenti ripetitivi – colpiscono oggi circa 1 bambino su 70, con un’incidenza nettamente maggiore nei maschi (rapporto 4 a 1 rispetto alle femmine). I primi campanelli d’allarme si manifestano solitamente tra i 18 e i 24 mesi di vita, ma in alcuni casi possono essere intercettati persino prima dell’anno di età.

La tempestività, in questi casi, è una vera e propria terapia: una diagnosi precoce permette di avviare stimolazioni mirate che possono modificare significativamente la traiettoria di sviluppo del bambino, agendo in una fase in cui le funzioni mentali sono ancora in piena maturazione.

Il “modello Novara”: dal pediatra al metodo ESDM

Per intercettare questi casi, dal 2017 le strutture neuropsichiatriche novaresi (riconosciute come centro regionale per la diagnosi precoce fin dal 2008) hanno costruito una rete capillare coinvolgendo attivamente i pediatri di libera scelta. I risultati di questo screening congiunto sono tangibili: 700 bambini inviati dai pediatri alla Neuropsichiatria Infantile negli ultimi sette anni e oltre 150 piccoli pazienti inseriti nello specifico percorso di screening per lo spettro autistico.

Per non lasciare le famiglie nel limbo dell’attesa post-diagnosi, l’ospedale ha strutturato un “primo intervento” basato sul metodo ESDM (Early Start Denver Model), attualmente il trattamento più accreditato a livello internazionale per questa fascia d’età. Il percorso dura circa 3-4 mesi, si articola in 13-15 incontri e prevede un affiancamento diretto dei genitori, ai quali vengono forniti gli strumenti pratici per stimolare il bambino in tutti i contesti di vita quotidiana. Ad oggi, ben 125 bambini hanno già beneficiato di questo protocollo, seguiti da un’equipe multidisciplinare composta da neuropsichiatri, psicologhe, logopediste e psicomotriciste.

Il cortocircuito del sistema: la fuga verso le cure private

Se il percorso diagnostico e il primissimo intervento funzionano in modo efficiente ed encomiabile all’interno del servizio sanitario nazionale, il vero “collo di bottiglia” si palesa nella fase successiva. Nonostante i fondi nazionali messi a disposizione dalla regione Piemonte e gli sforzi per rafforzare le equipe dedicate, il sistema pubblico fatica a reggere l’urto delle necessità terapeutiche a lungo termine.

L’allarme, lanciato dagli stessi medici novaresi con un taglio decisamente critico verso la gestione sanitaria generale, è chiaro: ancora oggi troppi bambini e troppe famiglie, una volta ricevuta la diagnosi, non riescono a trovare una risposta pubblica sufficientemente articolata che copra l’intero fabbisogno di cure. Una carenza strutturale che costringe molti genitori a doversi rivolgere a proprie spese a strutture e operatori privati per garantire ai figli le terapie necessarie.

Da qui nasce l’appello finale degli specialisti ai vertici politici e istituzionali: servono interventi strutturali da parte dei decisori per garantire continuità e stabilità alle risorse, assicurando così un accesso alle cure equo e senza discriminazioni economiche per ogni singolo bambino.

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