Ahmad Djalali e la guerra in Iran: appello dal Piemonte per i prigionieri di Evin

La nuova escalation del conflitto in Iran riporta al centro dell’attenzione la sorte dei prigionieri politici detenuti nelle carceri del Paese. E tra questi, ancora una volta, il nome che riguarda più da vicino il Piemonte è quello di Ahmadreza Djalali, lo scienziato svedese-iraniano detenuto dal 2016 nel carcere di Evin, a Teheran.

Proprio alla luce della situazione che si sta aggravando nelle ultime settimane, l’associazione radicale Adelaide Aglietta di Torino ha inviato nei giorni scorsi una lettera aperta al presidente del consiglio regionale del Piemonte chiedendo di organizzare un flash mob davanti a Palazzo Lascaris per chiedere la liberazione di Djalali e di tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri iraniane.

L’associazione ricorda come il consiglio regionale abbia già sostenuto in passato la campagna internazionale per la liberazione dello scienziato, promossa da Amnesty International e sostenuta anche dall’Università del Piemonte Orientale, dove Djalali ha vissuto e insegnato per tre anni.

Alla luce degli sviluppi della guerra e delle notizie che arrivano dall’Iran, i promotori chiedono ora una nuova mobilitazione pubblica che coinvolga consiglieri regionali, la giunta guidata da Alberto Cirio, le autorità accademiche novaresi, le associazioni del Comitato diritti umani e civili del consiglio regionale e i cittadini.

L’allarme sui social per i detenuti di Evin

A rendere ancora più urgente l’appello sono anche le notizie che circolano sui social nelle ultime ore. Un amico svedese della famiglia di Djalali, residente a Stoccolma, ha pubblicato una serie di messaggi esprimendo una forte preoccupazione per la sorte dello scienziato e degli altri prigionieri politici detenuti in Iran.

«Sono profondamente preoccupata per Ahmadreza Djalali e per tutti i prigionieri politici in Iran», scrive. «Hanno già sofferto anni di ingiusta prigionia, isolamento e paura. Ora, con la guerra e la tensione militare che li circondano, le loro vite sono in pericolo ancora maggiore».

In un altro post riferisce informazioni che, se confermate, sarebbero estremamente gravi: secondo diverse fonti alcuni detenuti rimasti nel carcere di Evin sarebbero stati lasciati chiusi nelle celle senza acqua e cibo dopo il trasferimento di parte del personale carcerario.

Dalle poche notizie che riescono a filtrare dal Paese emergerebbe inoltre una situazione di forte caos all’interno della struttura, con carenze di generi alimentari e medicinali. Un quadro particolarmente preoccupante anche per le condizioni di salute di Djalali.

Dieci anni di detenzione

La vicenda di Ahmadreza Djalali dura ormai un decennio. Medico e ricercatore esperto di medicina dei disastri, fu arrestato in Iran il 25 aprile 2016 durante una visita accademica. Nel 2017 è stato condannato a morte con l’accusa di spionaggio a favore di Israele, accuse che lui ha sempre respinto e che numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani considerano infondate.

Da allora vive in condizioni estremamente difficili, tra isolamento e gravi problemi di salute. Con oltre 3.600 giorni di detenzione, è oggi il cittadino europeo detenuto da più tempo nelle carceri iraniane.

La sua vicenda ha mobilitato negli anni università, istituzioni e associazioni, soprattutto in Piemonte, dove aveva insegnato all’Università del Piemonte Orientale e dove la sua storia è diventata un simbolo della battaglia per i diritti umani.

Il fronte internazionale e il governo svedese

Proprio mentre cresce la preoccupazione per la situazione nelle carceri iraniane, il caso Djalali torna anche al centro del dibattito politico in Svezia, Paese di cui lo scienziato è cittadino.

Il 26 marzo il Parlamento svedese discuterà una mozione che chiede al governo di lavorare attivamente per ottenere il rilascio di Ahmadreza Djalali dalla prigione iraniana. Se approvata, la decisione impegnerebbe formalmente l’esecutivo a riferire al Parlamento sui passi compiuti e sui risultati ottenuti nelle iniziative diplomatiche per la sua liberazione.

Nel frattempo, mentre la guerra scuote la regione e le informazioni dal carcere di Evin restano frammentarie, cresce l’angoscia per la sorte dei detenuti politici rinchiusi nelle carceri iraniane.

ASCOLTA QUI LE PRIME DUE PUNTATE DEL PODCAST DEDICATE AD AHMAD DJALALI

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore