Ospite a Novara in occasione del Festival Scarabocchi, quest’anno dedicato ai mostri, Massimo Recalcati chiarisce subito che il “mostro” non è un’entità esterna o una creatura fantastica, non sta sotto il letto o dentro l’armadio, ma è lo specchio delle nostre pulsioni più oscure, delle nostre contraddizioni e della nostra malvagità. Significa, in altre parole, che quando l’essere umano non accetta la propria mostruosità interiore, tende a proiettarla all’esterno, demonizzando l’altro (il diverso, lo straniero, il nemico) per sentirsi rassicurato: il vero mostro nasce quando l’uomo nega di averne uno dentro di sé.
Il mostruoso non è una deviazione della nostra natura, ma una delle sue possibilità, ci mostra ciò che l’essere umano è capace di diventare se perde l’empatia, la ragione o il senso del limite: è l’eccedenza della nostra natura, la parte che non riusciamo ad addomesticare del tutto.
Nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, il coro definisce l’uomo come deinòs, meraviglioso, formidabile, tremendo, prodigioso, mostruoso: l’essere umano è la figura più ambigua e inquietante della terra, perché possiede una capacità tecnica e intellettuale che può volgersi sia al bene sia al male.
L’uomo piega l’ordine naturale, ha imparato la parola e sviluppato il pensiero, sa trovare rimedio a malattie incurabili, ma spesso non accetta di fermarsi davanti al limite invalicabile della propria finitezza, la morte.
Un essere così straordinario può indirizzare la sua forza e la sua intelligenza verso il rispetto delle leggi e della giustizia o violare i patti sociali e morali, rivelando la sua mostruosa duplicità.
Molti sono i prodigi,
ma nulla è più prodigioso dell’uomo :
che varca il mare
sospinto dal vento tempestoso del sud;
anno per anno frange e rivolta
colei che mai conobbe fatica e tormento,
la dea eccelsa, la Terra.
E cattura con le reti le stirpi
degli uccelli dalla mente leggiadra
e le fiere dei boschi e tutti coloro
che abitano i recessi del mare profondo,
l’uomo dall’ingegno che spazia lontano;
tiene in pugno con stratagemmi
le belve selvatiche e dei monti,
e doma con le sue arti il cavallo dal collo villoso,
piega sotto il giogo
l’infaticabile toro degli altipiani.
Apprese la parola e l’alato pensiero,
e il bisogno di porre leggi nella rocca,
evitando i dardi del gelo e della pioggia
che cade dal cielo, l’uomo dalle mille risorse,
per nulla indifeso di fronte al futuro.
L’Ade soltanto non potrà fuggire
sebbene sappia trovare rimedi
ad inguaribili malattie.
Scopritore mirabile
di ingegnose risorse
al di sopra di ogni limite
ora il bene, ora il male esplora;
e se onora le leggi della sua terra
e la giustizia divina, innalza sé e la patria;
fuori dalla città,
se per audacia si macchierà di infamia.
Che non sieda al mio focolare,
mai condivida i miei pensieri
costui, che tanto ha osato.
Sofocle, Antigone, vv. 332- 375. Traduzione di Franco Ferrari. Rizzoli, Milano 1982.








