Guadagnare tempo prezioso e provare a cambiare la storia naturale di una patologia cronica. All’ospedale Maggiore si è aperta una nuova frontiera terapeutica: in questi giorni, presso il reparto di Pediatria, è stato somministrato per la prima volta a una bambina di 11 anni il Teplizumab, un anticorpo monoclonale capace di ritardare l’esordio del diabete mellito di tipo 1.
L’operazione ha certificato il ruolo di eccellenza del polo ospedaliero novarese, e della struttura guidata dalla professoressa Ivana Rabbone che opera da hub per l’intero quadrante nord-orientale del Piemonte e lavora in sinergia con il centro regionale di alta specializzazione in immunologia clinica.
Come funziona l’anticorpo “scudo”
Il Teplizumab, attualmente concesso in regime di “uso compassionevole”, rappresenta una svolta nell’immunoterapia. La paziente di 11 anni ha ricevuto la diagnosi in “stadio II”, ovvero una fase preclinica: presentava alterazioni della glicemia e autoanticorpi, ma nessun sintomo. L’anticorpo agisce proprio in questa finestra temporale: modulando la risposta autoimmune, blocca la distruzione delle cellule beta del pancreas (quelle che producono l’insulina).
Il trattamento clinico, che consiste in un’infusione endovenosa quotidiana per 14 giorni consecutivi, ha un obiettivo ambizioso: evitare, o quantomeno ritardare il più possibile, il passaggio allo “stadio III”, il momento critico in cui la malattia esplode diventando manifesta e condannando il paziente alla terapia insulinica a vita.
Le parole della direttrice
«L’obiettivo è intercettare la malattia nella fase più precoce possibile – ha sottolineato la dottoressa Rabbone – e offrire alle famiglie percorsi di cura e ricerca che possano modificare la storia naturale del diabete di tipo 1. Oggi la prevenzione è una possibilità concreta: informazione, diagnosi tempestiva e accesso alle opportunità terapeutiche sono essenziali. La terapia non sostituisce i percorsi standard e viene valutata caso per caso».
“Una doccia fredda, poi la fiducia”: la voce della mamma
L’eccellenza clinica si intreccia inevitabilmente con la dimensione emotiva delle famiglie. «Il pediatra di mia figlia, non convinto degli esiti di alcuni esami, ci ha inviati alla Diabetologia Pediatrica di Novara – ha raccontato la madre della paziente undicenne –. Ho incontrato un team competente che ha saputo diagnosticare tempestivamente il diabete in fase preclinica. È stata una doccia fredda. Dopo la diagnosi la domanda era: “E adesso che si fa?”».
La risposta è arrivata dalla proposta di questo percorso pionieristico: «La primaria ci ha spiegato una terapia innovativa in grado di ritardare la progressione della malattia. Mi sono documentata e abbiamo deciso con fiducia, perché il tempo era poco. So che questa malattia accompagnerà mia figlia nella vita, ma per me era doveroso fare tutto il possibile per preservare il suo benessere il più a lungo possibile. Ringrazio i medici e tutto il team di Pediatria per l’attenzione e l’umanità».







