Casa Bossi nella morsa della Soprintendenza: cinque anni di attesa e un cantiere che non parte

Il destino di Casa Bossi è tutto nelle mani della Soprintendenza. E mentre il tempo scorre, il grande palazzo antonelliano resta immobile, chiuso, fragile.

Sono passati quasi cinque anni da quando il Comune di Novara ha costituito il fondo immobiliare destinato a ridare vita alla villa ottocentesca progettata da Alessandro Antonelli (oltre che all’area dell’ex Macello in piazza Pasteur). Era il 5 novembre 2021 quando Palazzo Cabrino firmava l’accordo in favore del fondo “Valorizzazione e Innovazione Piemonte” insieme a Ream Sgr e alle fondazioni bancarie Crt, Cariplo e Compagnia di San Paolo: un’operazione da 32 milioni di euro, di cui 4,3 milioni in apporto del Comune attraverso il valore degli immobili (2 milioni per Casa Bossi e 2,3 per l’ex Macello).

Per l’ex Macello, oggi, il cantiere è alle porte: manca solo la nuova autorizzazione al progetto antincendio dei Vigili del fuoco e poi potranno partire i lavori. Su Casa Bossi, invece, il nodo è quello delle autorizzazioni della Soprintendenza, indispensabili per intervenire su un bene vincolato.

A spiegare la situazione è stato il sindaco Alessandro Canelli in commissione consiliare. Il progetto, ha ricordato, è fortemente condizionato dai vincoli imposti dalla tutela e prevede una significativa incidenza di opere di restauro conservativo. «Dopo mesi e con il cambio di tre soprintendenti, ognuno con una propria visione, l’interlocuzione è stata complessa», ha spiegato. L’obiettivo, ora, è chiudere nelle prossime settimane almeno la partita della messa in sicurezza dell’edificio, che oggi non è in condizioni conservative adeguate. Un passaggio non secondario, anche perché l’immobile è inserito nel fondo e, in quanto tale, deve generare valore.

Il progetto, nei suoi tratti essenziali, è ormai arcinoto: residenze temporanee ai piani superiori con piccoli appartamenti tipo hotel, uffici al piano nobile, spazi al piano terra destinati al Comune per un Centro studi antonelliani o per mostre, oltre a un’area ristorativa. Sulla parte del restauro, ha ricordato il sindaco, è possibile ottenere un contributo ministeriale fino al 40%.

Ma la domanda resta: cosa manca davvero per partire? «Dipende dalla Soprintendenza – ha sintetizzato Canelli –. Noi abbiamo fatto ciò che potevamo, entrando nella governance. Dal punto di vista progettuale, oltre questo, non possiamo andare».

Il fondo immobiliare ha una durata di 17 anni dalla firma, prorogabili per altri 23. Di questi, quasi cinque sono già trascorsi tra pratiche, pareri, cambi ai vertici degli uffici di tutela e continui aggiustamenti. Nel frattempo, il cronoprogramma è slittato più volte: nel 2022 si parlava di un avvio dei lavori in autunno, poi entro fine 2024, poi nel 2025 il silenzio. Oggi il calendario appare sospeso.

La sensazione è quella di un progetto che viaggia a due velocità: da una parte l’apparato della tutela, con tempi e priorità che sembrano seguire una scansione autonoma; dall’altra un edificio monumentale che resta fermo, almeno in apparenza, esposto al degrado, con un deterioramento che rischia di aggravarsi proprio mentre si discute di come salvarlo.

È legittimo che un bene vincolato sia oggetto di controlli rigorosi. È doveroso che il restauro sia conservativo e rispettoso della sua identità. Ma quando l’alternanza dei responsabili e la difficoltà di interlocuzione finiscono per paralizzare ogni decisione, il rischio è che la tutela si trasformi in immobilismo.

E allora la questione diventa politica e istituzionale. Se davvero l’avvio del cantiere dipende esclusivamente dai pareri della Soprintendenza, è altrettanto vero che i soggetti che hanno costituito il fondo – a partire dalla parte pubblica – hanno il dovere di pretendere tempi certi e risposte chiare. Non con forzature, ma con un confronto serrato, continuo, determinato.

Perché se si continua così, il pericolo non è solo quello di perdere anni preziosi. È quello di trovarsi, tra qualche tempo, a dover intervenire su un edificio ulteriormente compromesso, con costi maggiori e margini di recupero più ridotti. In altre parole: di cominciare dalle macerie invece che dai restauri. E per una città che da decenni discute del futuro di Casa Bossi, sarebbe l’ennesima occasione mancata.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore