La notizia della liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini, detenuto in Venezuela per oltre 400 giorni, ha portato un’ondata di sollievo in Italia e nella comunità internazionale. Trentini, operatore umanitario con lunga esperienza nell’assistenza alle persone con disabilità per conto della ong Humanity & Inclusion, è stato rilasciato l’altro ieri, il 12 gennaio, insieme al connazionale Mario Burlò, dopo essere stato arrestato il 15 novembre 2024 e detenuto nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alle porte di Caracas, senza accuse formalmente chiarite per lungo tempo. Trentini e Burlò si trovano ora nella sede dell’ambasciata italiana a Caracas, in buone condizioni di salute e in attesa di rientrare in Italia, dove potranno finalmente riabbracciare le loro famiglie dopo 423 giorni di detenzione.
La sorte di Trentini richiama alla mente quella di un’altra connazionale, la giornalista Cecilia Sala, liberata lo scorso anno dopo 21 giorni di detenzione nel carcere di Evin a Teheran, nel gennaio 2025, in un episodio che aveva suscitato grande attenzione mediatica e mobilitazione internazionale. La scarcerazione di Trentini, dopo una lunga e non sempre trasparente vicenda diplomatica, aggiunge un altro capitolo positivo alle storie di italiani detenuti all’estero: un risultato possibile, come dimostrano i casi di Sala e ora di Trentini, anche in contesti difficili.
Tuttavia, della stessa fortuna non gode Ahmadreza Djalali, che oggi – nel giorno del suo 54esimo compleanno che ricorre oggi – si trova per la nona volta lontano dalla sua famiglia. Nato il 14 gennaio 1972 (e non il 15 gennaio settembre 1971 come riportato erroneamente su alcune fonti), Djalali è un medico e ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale. Fu arrestato il 25 aprile 2016 durante una trasferta in Iran per tenere un ciclo di conferenze nelle università di Teheran e Karaj, con l’accusa di spionaggio per Israele, un’accusa che è sempre stata contestata da istituzioni internazionali e dalla comunità accademica mondiale come priva di prove credibili. Abbiamo raccontato la sua storia nei primi due episodi di Non succede mai niente. Fonti attendibili indicano che la sua salute è stata gravemente compromessa da anni di detenzione e dalla negazione di cure mediche adeguate.
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Questo 54esimo compleanno per Ahmad arriva in un momento in cui l’Iran attraversa una fase di profonda crisi politica e sociale. Dalla fine di dicembre 2025, vaste proteste di massa si sono diffuse in tutto il Paese, inizialmente scatenate da malcontenti economici legati all’inflazione, al crollo della moneta e alla crescente difficoltà della popolazione a sostenere il costo della vita. In breve tempo, queste manifestazioni sono evolute in un movimento di protesta più ampio contro il regime clericale al potere da decenni, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza in molte città, dalle periferie urbane ai bazar storici. Le cronache internazionali hanno documentato immagini drammatiche di scontri con le forze di sicurezza, con numerosi morti e migliaia di arresti, in quella che è considerata una delle crisi interne più gravi degli ultimi anni.
Prima della rivoluzione del 1979, il Paese era governato da una monarchia sotto lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. La Rivoluzione iraniana, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, rovesciò la monarchia e instaurò la Repubblica islamica, un sistema teocratico in cui la figura della Guida suprema mantiene un potere centrale, affiancata da organi religiosi e militari che controllano le principali leve dello Stato. Questo modello politico-religioso si è consolidato nel corso dei decenni, spesso reprimendo duramente ogni forma di dissenso politico e sociale, con limitazioni severe alle libertà individuali e collettive.
Negli ultimi anni, anche la figura di Reza Pahlavi, erede al trono della dinastia dei Pahlavi, ha acquisito rilevanza come simbolo di opposizione al regime teocratico. Pur vivendo in esilio, Pahlavi ha cercato di rappresentare una voce unificante per i gruppi disillusi dalla leadership religiosa e autoritaria, suscitando discussioni sul possibile futuro politico dell’Iran. Nel secondo episodio di Non succede mai niente abbiamo approfondito la storia della casa reale iraniana e il ruolo che Pahlavi tenta di assumere in un movimento che cerca, con molte difficoltà, di raccogliere consenso contro il regime.
Ad aprile saranno dieci anni dall’arresto di Ahmadreza. In questo arco di tempo, mentre altre storie di detenzioni ingiuste hanno visto un epilogo felice — come quelle di Cecilia Sala e, da poco, di Alberto Trentini — il silenzio internazionale sulla vicenda di Djalali continua a pesare come una condanna ulteriore. La liberazione di Trentini deve essere vista non solo come un momento di gioia, ma anche come un monito: non è impossibile ottenere risultati quando si mobilitano attenzione, pressione diplomatica e solidarietà pubblica. La storia di Djalali, ancora privata dei suoi diritti più elementari, non può essere ignorata oltre. Nel giorno in cui compie 54 anni, il suo caso resta uno dei più gravi esempi di spietata “hostage diplomacy” contemporanea, una vicenda che riguarda non solo la sua famiglia, ma la coscienza di chi guarda al valore della libertà e della dignità umana.







