Storie della domenica

Quando il Castello di Novara ospitò l’amante del Duce

Nel luglio del '43 Claretta Petacci e i suoi famigliari vengono rinchiusi nel carcere del castello visconteo sforzesco

Notte del 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del fascismo ha sfiduciato Benito Mussolini. Appena conclusa la drammatica riunione, l’ex Duce telefona immediatamente alla sua amante “ufficiale”, Claretta Petacci. E consiglia: «Fate presto le valigie, andate via da Roma, perchè fra non molto farà caldo!».

La famiglia Petacci si riunisce in fretta, e il professor Francesco Saverio Petacci, medico al Vaticano, parte da Roma a fine luglio con la moglie Giuseppina e la figlia Claretta. Il figlio Marcello, sposato, resta a Roma a continuare i suoi traffici sfruttando il nome di Mussolini. Il gruppetto dei Petacci ha una meta ben precisa: la cittadina di Meina sul lago Maggiore dove è in vacanza l’altra figlia Myriam sposata con il marchese milanese Armando Buggiaro. La coppia vive in una villa sul lago. Myriam è nota anche come Myriam di San Servolo, attrice cinematografica.

Si riuniscono tutti a Meina nella splendida estate del 1943. Il lago Maggiore è un trionfo di luce, di colori, di odori. E poi la Svizzera è a due passi, eventualmente…

Chi rovina tutto è il maresciallo Badoglio che (forse per una vendetta trasversale contro Mussolini) accusa il professor Petacci di “acquisto incauto di tappeto persiano”. Arrivano I carabinieri che accompagnano la famiglia Petacci al più vicino carcere, quello di Novara, in attesa di istruttoria e di eventuale processo. Incredibile!

Fino al 1972 il Castello visconteo-sfozesco di Novara era adibito a carcere mandamentale.

Sono tempi difficili quelli fra il 25 luglio e 18 settembre 1943. C’è come un senso di anarchia che permea ogni cosa, e che rende precarie tutte le situazioni.

Claretta Petacci con mamma e sorella viene rinchiusa in un piccolo appartamentino riservato alle donne. Il responsabile del carcere, maresciallo Gilioli, è persona umana, e poi c’è la patronessa Rina Musso che garantisce incolumità e assistenza alle tre donne Petacci. In quei tempi calamitosi, la notizia dell’amante del Duce in carcere a Novara rimane un segreto. Qualcuno sa ma tace.

Claretta, Myriam e la mamma attendono gli sviluppi della situazione. Qualcuno però getta un giornale nel piccolo appartamento delle Petacci. Il giornale è il “Corriere della Sera” che per la prima volta in assoluto pubblica la relazione di Claretta e di Mussolini (fin’allora tenuta segretissima dal regime, anche se molti sapevano) con ampi particolari.

Ovviamente l’articolo non è firmato. I vertici della Repubblica di Salò, subentrata al fascismo, ritengono che il giornalista “colpevole” sia Indro Montalelli, lo arrestano e lo incarcerano a Milano san Vittore. Ad un certo punto si parlò anche di pena di morte. Dopo la guerra si venne a sapere che l’autore dello ”scoop” era stato un giornalista romano, Vincenzo Talarico, poi anche noto caratterista cinematografico.

Insomma, i tempi sono duri, ma Claretta e famiglia riescono a cavarsela con l’aiuto del maresciallo Gilioli e della patronessa Rina Musso che si prodiga per aiutare tutti i carcerati, nessuno escluso. La famiglia Petacci riacquisterà la libertà a metà agosto 1943, e Claretta potrà rivedere Benito sul lago di Garda dove ha sede la nuova Repubblica di Salò, formata dai fascisti più “duri”.

Claretta seguirà il suo Benito in tutte le vicende finali della guerra, fino alla sua fucilazione avvenuta sul lago di Como il 28 aprile del 1945, e alla successiva macabra esposizione in piazzale Loreto.

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