Storie della domenica

Aprile 1945: storie di guerra vissute

Un storia poco pubblicizzata, quella della Colonna Morsero che il 28 aprile 1945 (giorno in cui uccisero il Duce e la sua amante sulle colline del lago di Como) si formò a Vercelli. Era composta da circa 1500 persone, militari della Repubblica di Salò, fascisti, gente sbandata in fuga, famiglie, carretti, cavalli, biciclette. Al comando il prefetto di Vercelli, appunto il torinese Michele Morsero, classe 1895.

Era stata organizzata il 26 aprile 1945 dopo la liberazione di Vercelli. La colonna Morsero intendeva raggiungere il famoso “ridotto” della Valtellina dove, si diceva, era stato organizzata l’estrema resistenza della Repubblica di Salò guidata dal federale Pavolini.

 

 

La Colonna parte da Vercelli e cerca di raggiungere località non occupate dai partigiani. Ma è una follia, già a Castellazzo, in provincia di Novara, il gruppone piuttosto sbandato deve arrendersi ai partigiani di Carpignano Sesia. E dopo una notte d’addiaccio al castello di Castellazzo, i 1500 circa prigionieri vengono avviati a piedi lungo la strada Valsesia verso Novara dove li aspettano i partigiani di Moscatelli.

Io posso raccontare questa storia perchè all’arrivo della Colonna Morsero in largo san Martino, io c’ero, isolato su un balcone del primo piano per evitare di essere coinvolto in qualche estemporanea sparatoria. La Colonna si ferma un paio d’ore nel largo san Martino in attesa di nuova destinazione. Le carceri del Castello sono piene, zeppe; le scuole e gli asili anche. Moscatelli deve trovare una soluzione, è lui il grande capo.

In testa alla Colonna sostano sei o sette donne, cosiddette “ausiliarie” rapate a zero. A qualcuno viene una simpatica idea: perchè non le spogliamo e le facciamo sfilare nude per la città? La voce corre, arriva alle orecchie sempre vigili di Rina Musso, la patronessa delle carceri, che immediatamente informa della cosa il vescovo Ossola, gran barbone cappuccino. Leone Ossola convoca in fretta Moscatelli e pressappoco gli dice così: caro comandante Cino, noi ci conosciamo bene, se lei autorizza questa sfilata, sfilo anch’io nudo in testa alle donne. Va bene? Ovviamente, “Cino” Moscatelli che è uomo intelligente spegne qualsiasi tentativo di sfilata nudista.

Io sono sempre appollaiato sul balcone vigilato da alcuni parenti. Vedo la folla inferocita che vorrebbe (magari) fare polpette di qualcuno dei prigionieri, mentre le donne della Colonna piangono e strepitano, molto impaurite. Mia mamma, povera donna, ha dato da bere incautamente una spuma ad un prigioniero e riceve uno schiaffone da un partigiano. Mia mamma ribatte: ma aveva sete!?

Sono piccole scene in un gran spettacolo di paura e di orrore. Alla fine la Colonna Morsero viene avviata verso lo stadio comunale di via Alcarotti, proprio lì vicino. Anche qui con una curiosa discrimanazione: gli ufficiali e I borghesi sotto la tettoia della tribuna; gli altri nel prato verde. E’ aprile, di notte fa freddo. Per fortuna c’è la valorosa Rina Musso che porta ogni giorno pagnotte e gorgonzola per alleviare la fame.

Ogni tanto arriva qualcuno con una lista e si porta via su un camion una decina di prigionieri. Michele Morsero, già prefetto di Vercelli, è condannato a morte e fucilato a Vercelli già il 2 maggio 1945. Tanti altri prigionieri subiranno tremende sorti. Donne e bambini saranno presto isolati nelle scuole e negli asili.

Noi ragazzi andavano sulle scale del Mercato Coperto per vedere I prigionieri. Non ci si poteva avvicinare perchè tutta la zona dello stadio di calcio era stata sigillata con filo spinato e guardie ad ogni angolo. C’erano soltanto tre gabinetti allo stadio di via Acarotti. Ci vollero quindici giorni per completare una sana bonifica dello stadio. Dopo la metà di maggio il calcio prese il sopravvento sulla guerra, e il Novara riuscì a battere per 7 a 0 il malcapitato Meda, nell’ultima fase del torneo benefico lombardo. Silvio Piola, in maglia azzurra, segnò quattro gol.

Io ero sempre presente, muto testimone.

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