Spettacoli&Eventi

Coccia, opera contemporanea: un progetto da perfezionare

Fantasio Fortunio, il dittico andato in scena ieri sera al Teatro Coccia, non ha convinto nonostante la validità degli interpreti e dell'orchestra

Il dittico andato in scena ieri sera al Teatro Coccia ha rappresentato, sotto un certo profilo una scelta temeraria, ma altrettanto azzardata. Fantasio Fortunio, coproduzione Fondazione Teatro Coccia e Bartók Plusz Operafesztivál di Budapest, è l’opera contemporanea di Giampaolo Testoni, musicista e compositor, che ha firmato musica e libretto ispirandosi alle opere dell’autore francese Alfred de Musset.

Due opere, dunque, che sono state messe in scena in modo consecutivo, solo con una pausa per il cambio di costumi, ma che racchiudono alcune sostanziali differenze: il primo, Fantasio, ha un ritmo ininterrotto e quasi ossessivo; il secondo, Fortunio, ha uno stile vagamente più “italiano” con alcune arie a spezzare un po’ la monotonia. Entrambi, comunque, con due storie molto complesse e un libretto difficilissimo da seguire.

Un lavoro in cui, comunque, non sono mancate alcune note positive. Una di queste è senz’altro la parte musicale dove ogni strumento ha avuto modo di farsi notare anche grazie alla competenza dei professori dell’Hungarian State Opera Orchestra i quali, nonostante fossero in buca solamente in dodici (così come prevede la partitura), sono stati in grado di rendere come un’orchestra completa. Anche agli interpreti, tutti ungheresi, va un plauso: nonostante la difficoltà della lingua, la pronuncia è stata quasi perfetta; voci molto buone e ben impostate.

 

Da bocciare, purtroppo, il lavoro registico, privo di qualsiasi progetto artistico, a cominciare dall’allestimento. La scenografia, se così si può definire, spoglia di qualunque significato: una cornice di modeste dimensioni in mezzo al palcoscenico con tre gradini (sui quali i protagonisti hanno inciampato più volte) e una tenda rossa oltre la quale si è svolta buona parte della scena; ai lati quattro piante palesemente finte che, in Fortunio, venivano nervosamente, ma soprattutto incomprensibilmente spostate dagli interpreti da una parte all’altra del palco. Senza una guida registica ben delineata, è stata del tutto mancante anche la presenza scenica dei cantanti. Costumi scontati e luci quasi inesistenti.

Insomma, l’opera contemporanea è sicuramente una strada che vale la pena di percorrere: “Delitto e Dovere” la scorsa stagione (con la regia di Gavazzeni Maranghi che si era fatta ben notare) e l’anno prima “La Rivale” (Manu Lalli di Venti Lucenti) sono la dimostrazione che su questo genere si può e si deve investire, ma con un’attenzione più accurata alle scelte.

Il Coccia si merita di meglio.

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