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«Bisogna imparare a sperimentare, senza dimenticare la tradizione»

Elena Belfiore, mezzosoprano di origine genovese, questa sera sarà sul palco del Coccia tra i protagonisti di "Mettici il cuore", l'opera live cooking con Antonino Cannavacciuolo

«Bisogna imparare a sperimentare, senza dimenticare la tradizione». Elena Belfiore, mezzosoprano di origine genovese, questa sera sarà sul palco del Coccia tra i protagonisti di “Mettici il cuore“, l’opera live cooking con Antonino Cannavacciuolo.

Chiacchieriamo del foyer del Teatro mentre lei è in pausa; siamo convinte che, almeno lì, staremo un po’ tranquille e invece no, c’è un gran trambusto: persone che vanno avanti e indietro, che corrono da un capo all’altro; dalla sala arrivano assordanti rumori di trapani, martelli e avvitatori: la scena sta per prendere forma.

 

 

C’è fermento al Teatro Coccia e molta attesa per lo spettacolo di questa sera, domenica 10 novembre, alle 20.30 con chef Cannavacciuolo per l’opera live cooking “Mettici il cuore”. Ma non c’è solo lui. Sul palco ci sono un cast di cantanti lirici, un’orchestra con il suo direttore, che è anche il compositore, due registi, tecnici, costumisti. Insomma, un’opera a tutti gli effetti, ma con un format unico nel suo genere, che ha diverse contaminazioni, senza però lasciare indietro gli elementi fondamentali della tradizione.

«Quando mi hanno dato lo spartito mi sono detta: forse questa parte non è per me – racconta Belfiore – poi lavorando con l’autore ho capito che invece si poteva fare, utilizzando una vocalità mista che avevo già sperimentato in altre opere contemporanee. Di fronte a partiture diverse da quelle delle opere di repertorio non bisogna spaventarsi.

Dunque nel tuo curriculum c’è anche l’opera contemporanea?
Ho cominciato la mia carriera quando ero molto giovane, avevo 16 anni. Il debutto l’ho fatto con Cherubino, nelle “Nozze di Figaro”, e da lì altre parti da soprano leggero d’agilità che si trovano in Mozart, Rossini o Donizetti. Ma fin da ragazza ho interpretato anche opere contemporanee.

Con chi hai lavorato in questo settore?
In tutta Italia con autori come Corghi, Scannavini, Tutino, Galante. Ricordo in particolare un’occasione: avevo circa vent’anni, partecipavo al Rossini Opera Festival con un’opera di Corghi e mi sono ritrovata a dover utilizzare una mezza vocalità tra lirico e jazz insieme a Elio e le Storie Tese.

Una voce da mezzosoprano come la tua riesce comunque a trovare spazio rispetto ad altre più “facilmente” collocabili?
Ruoli nella tradizione classica ce ne sono, soprattutto in autori quali Donizetti, Mozart o Rossini, come dicevo prima. E dopo più di vent’anni che faccio questo lavoro, posso cimentarmi anche con i ruoli di Verdi, che per loro natura impongono una maggiore maturità vocale. Un approdo importante per la mia carriera, che ho potuto raggiungere grazie a un percorso di esperienza che ora mi consente di affrontare ruoli drammatici, come quelli verdiani appunto, con la pulizia lirica del bel canto che ti dà una marcia in più. Certo, poi, che se di fianco a te hai un personaggio più importante del tuo e tu sei l’unico mezzosoprano, allora devi darti da fare anche dal punto di vista teatrale, non solo musicale. Per questo motivo ho dovuto sviluppare un lavoro scenico molto complesso, ma l’ho fatto divertendomi.

Quello che finora ti ha dato più soddisfazione?
In realtà non ce ne sarebbe uno solo…

Anche più d’uno va bene…
Allora posso rispondere. Perchè mi piacciono tantissimo i ruoli en travesti come Cherubino o Siebel del “Faust”: mi piace interpretare le parti maschili. Poi c’è anche Giovanna di Seymour in “Anna Bolena”, ma sia scenicamente che vocalmente il ruolo che preferisco in assoluto è Elisabetta in “Maria Stuarda” perché è protagonista, regina, perfida, vive contraddizioni e trasmette quel gusto un po’ sadico.

Un po’ come il personaggio che interpreti questa sera…
Qualche tratto sì. Più che altro, però, Samanta è una persona allegra, che ha tutto dalla vita e, annoiandosi, fa un sacco di cose tra cui un corso di cucina dove punta il più giovane e dice “Bamboccione tu sarai mio”, ma solo per lo sfizio della conquista, per essere sicura di essere al centro dell’attenzione. Samanta è una donna di mezza età che vuole essere bella, affascinante e certo non teme Mimì, la giovanissima.

Secondo te qual è il punto di forza di quest’opera?
L’opera, naturalmente. Cannavacciuolo è lì sullo sfondo, lui è parte della scena, ma non credo che questo sia elemento di distrazione dallo svolgimento dello storia sul proscenio, c’è un giusto equilibrio. E poi la musica è giovane e innovativa: ci sono anche effetti elettronici, elementi di generi diversi, senza però dimenticare la tradizione operistica.

Vale la pena portare questo spettacolo in altri teatri?
Non solo, credo che ci sia spazio per sviluppare una seconda puntata. C’è un epilogo, è ovvio, ma dispiace che finisca e ti domandi cosa succederà ai personaggi una volta terminata la storia. Chissà, magari l’autore ci sta già pensando…

Nella nostre zone ti sei esibita qualche anno fa a Stresa Festival, ma al Coccia è la prima volta vero?
Sì e spero che non sia l’ultima. Ci tenevo molto a poter cantare in questo Teatro e alla fine l’occasione è arrivata.

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