Salute

Per non perdere la memoria sull’Alzheimer

In città vengono diagnosticati tredici nuovi casi ogni anno. Una forma di demenza che non va confusa con altre. Ce ne parla la dottoressa Marilena Poletto, neurologa dell'Asl di Novara

Le demenze rappresentano una priorità di sanità pubblica. Si stima che in Italia circa un milione di persone ne siano colpite e tre milioni sono i familiari che vivono con loro. Al 2015 sono state rilevate 46 milioni di persone in tutto il mondo con una diagnosi di demenza, al 2050 questo numero è destinato a salire a 131,5 milioni. Queste le stime secondo il World Alzheimer Report 2015: The Global Impact of Dementia. Il maggior incremento è previsto nei paesi in via di sviluppo dove mancano risorse economiche e strumenti per poter sostenere da un punto di vista diagnostico e terapeutico tali patologie.

Una realtà ben conosciuta anche a Novara, in modo particolare dal Centro per disturbi cognitivi e demenze (CDCD) e dall’Unità Valutazione Alzheimer (U.V.A.), un polo dell’Asl dove opera un’equipe multidisciplinare che ha il compito di diagnosticare la malattia di Alzheimer e di proporre un’idonea terapia farmacologica alle persone affette da disturbi cognitivi. Ed è proprio la dottoressa Marilena Poletto, neurologa presso il centro, a parlare del fenomeno: «Sulla città di Novara  – spiega – è presente un’incidenza media è di 13 nuovi casi ogni anno; negli ultimi due anni, invece, è stato diagnosticato un decadimento cognitivo a 7.000 persone sopra gli 80 anni. L’Alzheimer resta. comunque, la più frequente forma di demenza, seguita da quella su base vascolare. Fondamentali sono i test preliminari: a volte il paziente stesso, ma molto più spesso i famigliari, si rivolgono al medico di base che consente l’accesso ai nostri ambulatori. Qui, attraverso un esame obiettivo neurologico, si procede alla raccolta anamnestico clinica e dei farmaci che si assumono regolarmente. Poi si procede con i test che sono fondamentali per indagare la capacità tempo spazio del paziente, valutare il linguaggio, l’attenzione, la capacità di calcolo e l’abilità manuale, la percezione visiva e la capacità di risolvere i problemi più complessi. Se si evidenzia un presunto deficit e il modo in cui va a interferire con la vita quotidiana, si procede a  una valutazione neuropsicologica così da assegnare un livello di diagnostica più approfondito soprattutto nell’analisi differenziale. Il paziente viene sottoposto anche a esami dl sangue e strumentali per escludere un decadimento cognitivo secondario che spesso è correggibile».

Nel caso in cui il test risulti positivo, come si procede? «Si arriva a una diagnosi  – prosegue la dottoressa – che dipende anche dalla presentazione del disturbo. L’Alzheimer ha, per antonomasia, un deficit di memoria con un coinvolgimento del linguaggio accompagnato da disorientamento temporale e spaziale. Spesso si presentano anche ansia e diminuzione del tono umorale.  Le altre tipologie di demenza, invece, sono accompagnate da disturbi comportamentali, deficit cognitivo più oscillante e disturbi motori».

Un fenomeno importante, dunque, che va tenuto sotto controllo dagli specialisti, senza però creare allarmismo: «Purtroppo su questo argomento manca la giusta informazione – continua Poletto  – ormai internet è il consulente per qualunque problema, in modo particolare quelli riguardanti salute… manca per una barriera protettiva. Per questo il primo filtro deve essere il medico di base che indirizza paziente e famigliari nella giusta direzione. E poi ci sono le associazioni che rappresentano una risorsa: AMA, ad esempio, sul territorio svolge un lavoro importantissimo, di supporto alle famiglie, innanzitutto, e di organizzazione di eventi utili per chiarirsi le idee».

Ci sono ancora, però, cure e aspettative di vita con numerosi punti di domanda: «La ricerca evolve e gli studi sperimentali ci sono  – chiarisce la dottoressa – ma al momento il trattamento prevede la somministrazione di farmaci che agiscono sulla memoria e sui circuiti neurormonali. Altri farmaci vengono prescritti per i sintomi associati come l’ansia, l’insonnia e le anomalie comportamentali. Ritengo, invece, che nella cura dell’Alzheimer sia di fondamentale importanza la terapia non farmacologica che comprende esercizi  di stimolazione cognitiva personalizzati  rispetto al contesto socio culturale di ogni singolo paziente; questo seguito dalla formazione di chi si prende cura del malato creando una rete territoriale che supporta la famiglia e protegge la persona. La patologia, comunque,  è soggettiva con un andamento davvero personale, ma una con maggiore attenzione alle malattie collaterali che possono insorgere, è possibile garantire una una sopravvivenza più. L’Alzheimer, infatti, è una malattia che può rimanere stabile per anni».

 

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