Cronaca Provincia Romentino

«Vivere sotto scorta non è un privilegio, è un tunnel senza uscita»

L'intervista a Paolo Borrometi, il giornalista che combatte la mafia, e che venerdì riceverà la cittadinanza onoraria dal comune di Romentino: «Non abbiamo bisogno di eroi, piuttosto di normalità e ordinarietà»

«Vivere sotto scorta non è un privilegio, è un tunnel senza uscita». Ciò che colpisce di lui più di ogni altra cosa è la modestia con cui racconta la sua storia, e l’umiltà con la quale ripete insistentemente «non sono un eroe». Ci racconta di come, da cinque anni, sia lontano da casa, dalla famiglia, dal suo amato mare siciliano, di come lo Stato gli abbia salvato la vita, ma di come la sua vita sia diventata un incubo.

Lui è Paolo Borrometi, direttore della testata giornalistica di inchiesta laspia.it, da anni conduce numerosi inchieste su temi scottanti come il commissariamento per mafia di Italgas, il Mercato ortofrutticolo di Vittoria, i trasporti su gomma gestiti dai Casalesi ai Mercati Ortofrutticoli, la presenza mafiosa nel sudest siciliano di Cosa Nostra. E che venerdì 8 febbraio alle 17.30 al Centro Culturale Pio Occhetta di Romentino riceverà la cittadinanza onoraria.

Nella tua vita hai ricevuto numerosi riconoscimenti, ora è in arrivo un’altra cittadinanza onoraria…
Questo è per me un enorme riconoscimento che mi inorgoglisce: fare parte di una grande famiglia come quella di una comunità mi emoziona più di qualsiasi altro riconoscimento. In una vita di tanta sofferenza ho trovato persone che si sono fatte carico della mia sofferenze ma anche delle mie inchieste giornalistiche, per questo sono orgoglioso e sono certo di avere una comunità in più che si fa carico di tutto ciò. In queste circostanze cito spesso i miei angeli, i ragazzi della scorta, quelli che dovevano saltare in aria con me e sono coloro che più di altri, ancora più dei miei famigliari, condividono con me preoccupazioni e sorrisi.

Chi ti ha minacciato e colpito ti ha accusato di non esserti fatto i fatti tuoi. Cosa significa per te non farti i fatti tuoi?
Da ragazzo sognavo di fare il giornalista. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, ho visto quello che accadeva in certe realtà agroalimentari e sono venuto a conoscenza di come, molto spesso, le mafie portano la frutta e la verdura sulle nostre tavole. L’ho raccontato, non ho fatto nulla di particolare, ma questo mi ha portato a espormi, a subire ogni giorno la paura. Sono, dunque, orgoglioso quando c’è una comunità che vuole fare un pezzo di strada con me perchè significa abbracciare un impegno collettivo.

Cosa dici a chi ti definisce un eroe? E come possiamo, tutti noi, ogni giorno, comportarci da eroi?
La narrazione dell’eroe è molto pericolosa: io non lo sono affatto, faccio solo il mio dovere. Quando cerchiamo un eroe e decidiamo che una certa persona lo deve essere, siamo portati a dire “io non avrò mai il suo coraggio”. Posso garantirti che io ho molta più paura di quanto coraggio si possa immaginare; sognavo solo di fare il giornalista in un Paese che cerca troppe verità nascoste e facendo il proprio dovere ha generato la violenza mafiosa. Dobbiamo ribaltare questo stereotipo: non abbiamo bisogno di eroi, piuttosto di normalità e ordinarietà.

Anche perchè è immaginabile che vivere sotto scorta non sia piacevole…
Vivere sotto scorta non è un privilegio, è un tunnel senza uscita. Un incubo che non ti permette di guardare oltre. Sono cinque anni che io non vado al mare, che non posso tornare nella mia amata Sicilia, che non vado a un concerto, a una partita di calcio, a mangiare una pizza con i miei amici, che non corteggio una donna. Ho perso la possibilità di farmi una famiglia. È una vita fatta di privazioni, ma nonostante questo devo dire grazie a questo Stato che mi ha salvato la vita, che ogni giorno mi salva la vita, che mi ha salvato da quella autobomba che nell’aprile dello scorso anno mi avrebbe fatto saltare in aria con la mia scorta. A chi pensa che avere la scorta sia un privilegio, chiedo di ipotizzare cosa voglia dire vivere in questo modo anche solo per un giorno.

 

 

Dopo lo sventato attentato, hai avuto la possibilità di incontrare papa Francesco in un’udienza privata. Quali sensazioni hai portato a casa?
Sono stati quaranta minuti di dialogo intenso, mano nella mano. Ho avuto l’opportunità di incontrare un uomo straordinario. Ciò che ricordo meglio è la carezza nel cuore della persona più umile che io abbia ma incontrato, che ti viene a prendere davanti all’ascensore e ti riaccompagna, senza segretari, senza codazzi, che era perfettamente a conoscenza della mia storia, di quello che mi era successo e si preoccupava per mia libertà negata, per la mia vita stravolta. Una grandissima consolazione per un credente come me.

Spesso parli di questo aspetto della tua vita…
Nelle notti più buie con me c’è la preghiera, è una componente fondamentale e irrinunciabile.

In questo momento a cosa stai lavorando?
Continuo a occuparmi di mafie agroalimentari e dei rapporti tra la mafia e la politica. Sto anche lavorando a un progetto ambizioso che parla dei collegamenti esistenti tra mafie estere e le mafie italiane.

 

]Leggi anche Romentino premia il giornalista che lotta contro la mafia]

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