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Rientrata la missione umanitaria borgomanerese in Bosnia

Pier Giorgio Fornara, Mauro Clerici , Sergio Vercelli e Mario Metti torneranno a Bihac il prossimo mese. Il loro racconto restituisce un quadro agghiacciante

Sono rientrati da qualche giorno, ma sono già pronti per ripartire. Pier Giorgio Fornara, Mauro Clerici , Sergio Vercelli e Mario Metti, il gruppo di borgomaneresi che, su iniziativa di Mamre onlus hanno dato vita ad un vero e proprio ponte di solidarietà con la Bosnia, hanno ancora negli occhi la desolazione vista in questa zona poverissima, al confine con la Croazia e la Slovenia, dove sono ammassati centinaia di profughi che tentano di attraversare il confine per dirigersi, attraverso l’Italia, verso il nord Europa. Persone arrivate in questo angolo a causa della decisione del premier ungherese Viktor Orban che ha blindato il suo paese con il filo spinato deviando la rotta balcanica delle migrazioni più a sud.

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L’arrivo dei migranti dalla è iniziato nel gennaio di quest’anno, ma se a maggio erano circa 1.100 le presenze, oggi sono stimate in almeno 5mila le persone presenti nei due centri di Velika Kladusa e di Bihac, due cittadine a pochi chilometri dalla frontiera con la Croazia. La Bosnia, a un mese dalle elezioni presidenziali, è impreparata ad affrontare un’emergenza così importante e la solidarietà della popolazione è frenata dalla situazione economica: lo stipendio medio è di trecento euro e la benzina costa 1,20 euro al litro. Si sta dunque avvicinando una grave crisi umanitaria se non verrà avviata con estrema urgenza, prima dell’imminente autunno e inverno, una soluzione abitativa ai migranti che risiedono nei campi dove vivono già oggi in condizioni disumane.

Proprio per contribuire a porre rimedio a questa situazione assurda, è nata l’iniziativa dei volontari borgomaneresi.

I loro racconti descrivono una situazione terribile. « A Vekika Kladusa – dicono – bisogna intervenire con urgenza: ci sono circa 500 tra uomini, donne e bambini e l’inverno sta arrivando, rigido come sempre: due metri di neve e la temperatura che scende a meno venti sono la normalità. E a Bihac la situazione non è meno grave. Ottocento persone ammassate tra uno stabile senza finestre e con il tetto danneggiato e un accampamento di tende».

«L’aiuto che ci viene chiesto – concludono i volontari –  è innanzitutto di informare, di far sapere cosa sta succedendo a migliaia di uomini, donne e bambini che rischiano la vita per sperare di poter continuare a vivere. Ci chiedono un aiuto concreto in coperte, sacchi a pelo e scarpe invernali che potrete portare alla casa “Piccolo Bartolomeo”, perché la preoccupazione maggiore è per l’imminente, rigidissimo, inverno, e i disperati continuano ad arrivare».

 

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