Provincia Romentino

«Dire la mafia mi fa schifo è come dire aiutiamoli a casa loro»

Paolo Borrometi, il giornalista che da anni combatte la mafia con le sue inchieste, ieri ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal comune di Romentino

«La paura è quella mi accompagna tutti i giorni: nella cattiva e nella buona sorte io penso di condividere con i ragazzi della mia scorta questa grande emozione. Io sono solo un giornalista e cerco di raccontare i territori così come fanno tante colleghe e tanti colleghi in questo Paese. I un momento in cui la stampa è particolarmente attacco, io mi sento che questo abbraccio non sia solo a me, ma tutte le colleghi e a tutti i colleghi che fanno solo il loro lavoro raccontando un Paese che è straordinario con persone per bene, ma dove ci sono anche le mafie che sono drammaticamente anche qui al nord, non solo appaltate nelle regioni del sud. Penso, però, che in questo Paese la fratellanza sia ancora un valore in cui credere al di là di qualsiasi colore della pelle, credo religioso, orientamento sessuale».

Ha commentato così Paolo Borrometi, il giornalista che da anni combatte la mafia con le sue inchieste durante la cerimonia di ieri per “l’incoronazione” a cittadino onorario del comune di Romentino. Un riconoscimento che il sindaco Alessio Biondo ha definito come un abbraccio onorario e che è stato consegnato dall’intero consiglio comunale.

 

 

Borrometi, accompagnato da Roberto Leggero, rappresentante dell’associazione La Torre Mattarella, ha poi ripercorso la sua storia e quelle delle sue indagini, peraltro contenute nel suo libro “Un morto ogni tanto” parlando nello specifico delle mafie agroalimentari, ma anche con una panoramica più ampia delle mafie esistenti in Italia: «Dire la mafia mi fa schifo è sicuramente una frase a effetto, ma è come dire aiutiamoli a casa loro. Per troppo tempo ho visto cittadini disattenti, girarsi dall’altra parte e dire la mafia non esiste, queste cose non riguardano noi. Eppure fino a oggi sono 125 i bambini vittime della mafia, oltre a migliaia di uomini e donne. Dove è finita l’indignazione? Da cittadini responsabili non possiamo fare finta di niente».

Un racconto molto lucido che ha ripercorso anche il disagio di vivere sotto scorta: «Non è un privilegio, è un inferno. A chi pensa che io approfitti di un beneficio, propongo di trascorrere con me una giornata. Io ho perso completamente la mia libertà: i ragazzi della mia scorta sono gli ultimi che vedo alla sera e primi che vedo al mattino. Non vedo l’ora che lo Stato, a cui devo tutto perchè mi ha salvato la vita, mi dica Paolo sei fuori pericolo, sei libero, della scorta non ha più bisogno».

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