Politica

Canelli: «Dalle urne un messaggio chiaro e forte al governo centrale»

Il sindaco di Novara commenta senza trionfalismi il risultato delle consultazioni popolari in Veneto e Lombardia: «Non avranno effetti immediati»

«Un risultato importantissimo dal punto di vista politico: cinque milioni di cittadini sono andati alle urne per dire chiaro e forte al governo che vogliono più autonomia, più considerazione da parte dello Stato»

Alessandro Canelli si inserisce di buon grado nel fiume in piena delle dichiarazioni di casa leghista il giorno dopo il risultato dei referendum consultivi celebrati in Veneto e in Lombardia. Certo non con la stessa baldanza di Maroni (e soprattutto di Zaia), perché il Piemonte è rimasto fuori da questo percorso.  E soprattutto non nascondendosi che questo referendum «non avrà – dice –  alcun effetto immediato».

Questi i dati: in Lombardia 95,29% sì; al voto sono andati il 38,25% degli elettori. La provincia in cui si è votato di più è stata Bergamo con il 47,37%, quella con l’affluenza più scarsa la città metropolitana di Milano con il 31,20%. In Veneto, con il 57,2% dei votanti, i si sono stati il 98,1%

L’esito dei referendum non avrà come si diceva effetti diretti, ma, forti della larga vittoria dei sì, le due regioni avranno un maggior peso politico da far valere al tavolo della trattativa con il governo per chiedere e ottenere una maggiore autonomia. Gli eventuali nuovi trasferimenti di competenze non produrranno (nonostante quanto dichiarato da Luca Zaia sull’onda dell’entusiasmo)  in alcun modo la nascita di nuove regioni a statuto speciale, per le quali servirebbe una modifica costituzionale. Le materie sulle quali è possibile trasferire maggiore autonomie alle regioni sono 23. Venti sono quelle di “legislazione concorrente”, indicate dall’articolo 117 della Costituzione: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Le altre tre materie – organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali – sono di competenza esclusiva dello Stato ma possono essere trasferite alle Regioni in base all’articolo 116 della Costituzione, che prevede condizioni particolari di autonomia. Nessuna possibilità di autonomia fiscale è, invece, possibile per le Regioni, dal momento che l’articolo 117 della Costituzionale elenca “moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; perequazione delle risorse finanziarie” tra le materie di competenza esclusiva dello Stato. La procedura per una maggiore autonomia regionale nelle 23 materie è disciplinata dall’articolo 116 della Costituzione: è indispensabile una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata. La legge deve essere approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

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