Roberto Bonati, “Vesper and Silence”

Molti anni fa, Roberto Bonati, frequentatore abituale di “Novara Jazz”, si imbattè in un pezzo di John Coltrane reinterpretato da due contrabbassisti, Jimmy Garrison e Reggie Workman. Il pezzo era “India”. Quell’incontro fortuito fu vissuto da Roberto Bonati come un cambio totale di prospettive musicali e, forse, non solo musicali, nasce così “Vesper and Silence”. È da allora che Bonati promise eterno amore al suo strumento, il contrabbasso appunto. Oggi, nel silenzio più totale, dovuto alle note vicende, l’ho ascoltato. Il verbo “ascoltare” assomiglia molto al verbo del gergo medico “auscultare”.

L’auscultazione si fa solitamente ai polmoni. Ci sono troppe cose che in questi giorni sembrano collegarsi. Suggestione? Può darsi, ma dò sempre molta importanza alle coincidenze, che secondo Jung e i surrealisti, in realtà, coincidenze non sono. Non siamo abituati ad ascoltare. È un esercizio difficile, nei nostri tempi distratti, sbrigativi, sommari. Il disco di Riberto Bonati va ascoltato. Dodici pezzi, tra i quali una magnifica interpretazione di “Solveig Sang” di Edvard Grieg, che arrivano direttamente a far risuonare le corde dell’anima. E non sono parole scritte tanto per scrivere.

Il CD si apre proprio con “Vesper and Silence” e si chiude con “Melodia d’ottobre”, in una atmosfera sospesa, fatta di suoni essenziali, puri, quasi un madrigale che plasma il silenzio facendone risaltare in chiaroscuro, la necessità. Il contrabbasso di Bonati è un ago che ricama il silenzio con il filo delle vibrazioni delle corde dello strumento. Una meditazione sul suono e sul silenzio, sul pieno e sul vuoto.

 

 

Quando i rintocchi finali di “Sabbie bianche” si spandono nella mia casa ed escono dalla finestra aperta ad incontrare il silenzio, provo un brivido di quel piacere che si ha solo quando si percepisce l’essenza del tempo, e del mondo che ci circonda. Il disco è stato registrato dal vivo nel luglio 2017 presso l’Abbazia di Valserena presso Parma, abbazia che ispirò Stendhal per “La certosa di Parma”.

Insomma luogo ideale per far nascere un piccolo capolavoro come questo. Non posso fare a meno di sottolineare la magnifica veste grafica frutto del lavoro del graphic designer Roberto Morelli, su una fotografia originale dello stesso Bonati. L’album è stato prodotto dal “Parma Jazz Frontiere”. Cercatelo, trovatelo e “auscultatelo”.

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