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Piermatti: «I nemici di una carriera non sono gli uomini, ma le mentalità chiuse»

Negli ultimi sei mesi sotto la Cupola ha iniziato a soffiare un vento sempre più femminile. Per la prima volta nella storia della città i massimi ruoli istituzionali sono ricoperti da donne. Ai microfoni della Voce si sono raccontate come donne, madri e professioniste che hanno saputo fare la differenza. Iniziamo questa carrellata con Rita Piermatti, prima donna a guidare la Prefettura di Novara

Negli ultimi sei mesi a Novara ha iniziato a soffiare un vento sempre più femminile. Per la prima volta nella storia della città i massimi ruoli istituzionali sono ricoperti da donne. L’altra metà del cielo ha anche portato sotto la Cupola medaglie sportive preziose di respiro internazionale. La Voce di Novara ha scelto di celebrare questa storica contingenza “in rosa”, in occasione della Giornata internazionale della donna 2019, andandole a conoscere più da vicino, al di là del ruolo pubblico che rivestono. E così si sono raccontate come donne, madri e professioniste che hanno saputo fare la differenza, in contesti spesso più frequentati da uomini. Iniziamo questa carrellata con Rita Piermatti, prima donna a guidare la Prefettura di Novara, insediatasi lo scorso 23 luglio.

Lei è sposata e ha due figli: è o è stato complicato conciliare la sua carriera con la famiglia?
«Certamente non è stato facile – ammette – anche se dal punto di vista pratico ho investito sull’aiuto privato, che è andato molto bene: fortunatamente ho incontrato una persona che ha amato molto i miei figli e la mia casa, la mia famiglia in generale. Soprattutto non è stato facile non poter vivere certi momenti: accudire quotidianamente i ragazzi nei compiti, nello sport, nelle indisposizioni, eccetera. In verità ho sempre cercato di conciliare casa e lavoro, ma non sempre è stato e ancor oggi non è possibile. Spero, e mi sembra di poter dire che ai miei figli sia giovato in termini di indipendenza. Non certo ha inciso tra noi tutti, in termini di affettività».

È stato difficile farsi strada in un ambiente professionalmente più maschile?
«Le difficoltà non sono derivate tanto dall’ambiente maschilista dove, in verità, ho trovato molta comprensione, collaborazione ed anche amicizia. Probabilmente la mia generazione è già avvezza alla presenza delle donne in ambienti “da maschio” ed il rapporto con la generazione trascorsa, quando effettivamente la differenza di genere pesava molto nel mio ambiente, è stato più improntato al rispetto dell’esperienza e dell’anzianità che non alla parità di genere. Devo dire che le vere e profonde difficoltà di rapporti nell’ambiente di lavoro sono dovute più alla sfortuna di incappare in mentalità chiuse, competitive, autoreferenziali che puoi incontrare indifferentemente negli uomini e nelle donne. E in quest’ultimo caso pesano molto di più, perché da donna a donna ti aspetti il livello alto, in tutto».

 

Il suo è decisamente un curriculum vitae importante, da cui emerge che si è occupata di molti temi delicati e complessi: dalla sicurezza dei trasporti, alla sicurezza informatica (anche in ambito internazionale), fino alla protezione dei collaboratori di giustizia e alla formazione delle forze di polizia per l’antimafia. C’è un’attività o un’iniziativa di cui va particolarmente fiera?
«La ringrazio per questa domanda perché in effetti del mio curriculum vado molto fiera. Sono stati 38 anni trascorsi nell’Amministrazione dell’Interno e delle Infrastrutture e dei Trasporti tutti prevalentemente dedicati alla cura della sicurezza pubblica, intesa come bene comune e quindi alla tutela dei diritti dei cittadini, alla loro libertà di espressione, di movimento. Anni tutti affascinanti nonostante i tratti competitivi cui accennavo. Non posso dire di aver preferito l’una esperienza rispetto all’altra: molto ha inciso anche la presenza di personaggi che considero dei grandi maestri di vita e di lavoro e che ancora porto dentro di me per il loro tratto professionale e umano specie nel periodo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: l’acume del Capo della polizia Parisi, l’intelligenza – proprio nel periodo della Commissione pentiti – di Giovanni Falcone, la dolcezza e l’elevata cultura professionale di Antonio Manganelli, al quale va ancora il mio commovente ricordo. Solo per citarne alcuni. Sono tempi che non esistono più – ammette – ma che rimangono vivi nella formazione intellettuale di chi li ha vissuti. E’ difficile oggi, specie sul territorio, riproporre certi schemi che attualmente sono inadeguati. Le dinamiche attuali non consentono esitazioni: occorre sapersi conformare a sempre nuove necessità spesso difficili da interpretare, anche per una comunicazione complessa, che non sempre individua la vera essenza del bisogno».

Quale messaggio si sente di lanciare alle donne in occasione di questo 8 marzo?
«Proprio il mio lavoro mi ha insegnato che la cosa che contraddistingue una donna è l’intensità dei propri sentimenti con i quali riesce a sintetizzare nella società, nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nei tempi e nella storia, l’importanza del proprio ruolo. Sempre ed incondizionatamente coinvolta, con passione a dare il meglio di sé, in ogni circostanza. E’ l’intensità e la generosità del sentimento della donna, il suo essere nel contesto in cui si manifesta , il suo voler vivere per sé e per gli altri: è questo il valore aggiunto della donna nella vita ed è questo, a mio avviso, il significato della festa dell’8 marzo», conclude.

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