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«Donne, diamoci fiducia o saremo noi stesse a tradirci sui nostri sogni»

Rosanna Lavezzaro, prima donna alla guida della Questura di Novara, si racconta tra la famiglia e la carriera in Polizia: un'istituzione che ha saputo dare spazio all'universo femminile molti anni prima che si iniziasse a parlare di “quote rosa

In tutta Italia, su un totale di 103, sono meno di 10 le questure guidate da una donna. Novara è una di queste e può vantare un primato davvero particolare, conquistato la scorsa estate con l’arrivo di Rosanna Lavezzaro. Con un’esperienza ultraventennale, ha mosso i suoi primi passi in Polizia nella città di Torino, dove si è trovata a fronteggiare le tensioni nelle manifestazioni dei centri sociali, le proteste per la Tav «che ci hanno indotto a cambiare completamente strategia nella gestione dell’ordine pubblico», fino a grandi eventi come le Olimpiadi invernali del 2006 e il G8 dell’Aquila, «che sono stati davvero delle palestre per me». Una donna poliziotta che ha saputo farsi strada, gestendo anche situazioni ad alto rischio, in un percorso che sembra quasi stridere col suo sorriso solare e spontaneo, che le illumina il volto quando parla dei propri figli e del proprio lavoro. Una carriera di successo, favorita anche da un’istituzione che, in realtà, ha saputo dare spazio all’universo femminile trent’anni prima che si iniziasse a parlare di “quote rosa”. E che vi raccontiamo attraverso le sue parole.

È o è stato complicato gestire la carriera e la famiglia?
«Devo ammettere che non è stato semplicissimo, ma non impossibile – risponde senza esitare – Ho sempre lavorato tanto: per 9 anni ho diretto la Digos e per 12 l’Ufficio immigrazione della questura di Torino, incarichi impegnativi, per cui sai a che ora esci di casa e mai quando rientrerai. Ma aver avuto la possibilità di lavorare così a lungo nella mia città di origine, mi ha sicuramente aiutato molto. Dagli 0 ai 15 anni dei miei figli la mia presenza a casa è stata piuttosto limitata, ma riuscivo comunque a ritagliarmi del tempo da trascorrere accanto a loro, la mattina quando si svegliavano e la sera prima che si addormentassero. Altro tassello determinante è stato mio marito: è un ingegnere e, pur facendo un lavoro completamente diverso dal mio, mi ha sempre sostenuto. Anche nei momenti più critici. Il mio timore più grande era di sottrarre qualcosa ai miei figli, ma lui mi ha sempre detto che era giusto quello che stavo facendo. E ha avuto ragione: i figli crescono e a te resta una grande soddisfazione, tutta tua».

 

È stato difficile farsi strada in un ambiente professionale principalmente maschile?
«In realtà l’amministrazione della pubblica sicurezza è stata una delle prime in Italia ad aprire alle donne i propri ruoli apicali: la parità assoluta in polizia è arrivata con la legge 121 del 1981 – spiega Lavezzaro – Personalmente ho sempre avuto colleghi e capi che hanno investito molto su questo e non mi hanno mai penalizzato. Anzi, il fatto di essere donna alla Digos mi ha aiutato molto: i manifestanti mettono da parte l’aggressività quando te li trovi di fronte. La sensibilità femminile, in tal senso, può favorire il dialogo e la mediazione, che in situazioni come quelle sono fondamentali. Di questo periodo professionale mi porto dietro la capacità di saper leggere i segnali per capire cosa sta per succedere un attimo prima che avvenga e il tempismo permette di prevenire situazioni ad alto rischio».

C’è un’attività o un’iniziativa di cui va particolarmente fiera?
«Per quanto concerne l’ordine pubblico la Tav mi ha insegnato tantissimo. Per la prima volta ci siamo trovati contrapposti alla società civile, famiglie e anziani compresi. E questo ci ha indotto a dover trovare strategie completamente nuove. È stato faticoso, ma anche molto stimolante – ammette sorridendo – Il mio secondo amore professionale è stato l’Ufficio immigrazione: la sperimentazione per la prenotazione via sms delle pratiche è partita da noi nel 2000 a livello nazionale. In più avevamo attivato uno sportello nuovo, con il display multilingue e una zona gioco per i bimbi. Serve sensibilità anche in queste attività ed eravamo riusciti a far sparire quelle code umane, che duravano anche tutta la notte e che gridavano vendetta».

Quale messaggio si sente di dare alle donne in occasione di questo 8 marzo?
«Sono convinta che spesso siamo noi stesse a metterci in posizione di inadeguatezza, che in realtà non c’è – sottolinea – Ci facciamo mille domande: ‘Lo so fare? Me lo merito? Sarò capace?’. È giusto interrogarsi, ma dobbiamo imparare a essere più obiettive nel riconoscere le nostre qualità. Diamoci un po’ più di fiducia, altrimenti saremo noi stesse a tradirci sui nostri sogni».

Un’ultima domanda: preferisce essere chiamata questore o questora?
«Allora provo a spiegare… A Vercelli avevo partecipato a un convegno sulle pari opportunità, in cui due letterate mi avevano detto che è giusto che una donna si faccia chiamare ‘questora’. Anche semplicemente per non indurre in errore chi al telefono si sente dire ‘le passo il signor questore’ e poi trova una donna dall’altra parte della cornetta. Ma io non sono ancora così evoluta e preferisco ‘signor questore’. So che è sbagliato, però per me vale la carica: sono il questore di Novara, dottoressa Rosanna Lavezzaro. Credo sia questione di abituarsi ai suoni, fra 10 anni parlare della questora sarà più usuale. Magari anche perché ce ne saranno di più a ricoprire questo ruolo».

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