Idee

Una crepa. Nostalgia dell’oro

È una citazione da “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes ad aprire il comunicato stampa di “Novara Jazz” che presenta “Una crepa: nostalgia dell’oro”, “… Il mio linguaggio freme di desiderio…”. Certo è una citazione colta, inutile negarlo, ma anche il jazz è una musica colta, inutile negare anche questo. In fondo cosa c’è di male a volersi distinguere da questi tempi di grettitudine e di indecenza? Sul palco due danzatrici Lucia Guarino, Elisa d’Amico, un contrabbassista d’ eccezione, Matteo Bortone e il pubblico. Grande idea quella di fare stare il pubblico sul palco insieme agli artisti in uno spazio chiuso dal fondo della scena e dal sipario del teatro, che definisce un ambiente di grande fascino col “coup de théâtre” finale del sontuoso sipario che si apre lasciando vedere lo splendore della paltea, dei palchi, delle gallerie. Vedere il palcoscenico di un teatro con le sue quinte, le funi, gli attrezzi è un po’ come vedere una donna in giarrettiere, ha il sapore dell’intimità proibita, così come qualcosa di proibito o di pre-umano è la bellissima pièce. Dal buio si insinua sottilmente il suono del contrabbasso, “preparato” di Matteo Bortone, quasi un sibilante disturbo sonoro che diventa compiutamente musica solo quando le due danzatrici incominciano a muoversi in una danza che è un gioco di resistenze e di desiderio, di pesi e contrappesi, di tensioni e di scioglimenti che richiamano l’età dell’oro, quando le forze ctonie si stanno per scatenare, una danza delle origini che a fa pensare alla vitalità dionisiaca de “La danse” di Henry Marisse. Quando ad un certo punto Matteo Bortone smette di suonare e finge soltanto di farlo col movimento delle mani sullo strumento, sono le due danzatrici a far scaturire la musica, tanto la simbiosi tra i tre artisti è totale. Performance di grandissima qualità che se forse è esagerato definire mistica, certamente non lo è definirla ipnotica. Novara Jazz colpisce ancora.

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